Una sedia.

Disclaimer.
Questo è un post ad alto contenuto di retorica, e non bastasse incomprensibile ai più.
Tuttavia andava scritto (non necessariamente letto ma scritto sì).
Certi addii hanno bisogno di parole per diventare ricordo.

 

Il Mondo era un galantuomo, uno in grado di dire lapalissiano in un’intervista a Tuttosport. E quel gesto non lo amava.
Lo aveva definito maleducato, e va a sapere se era una battuta sorniona o era vero. Ad ogni modo si era rifiutato di ripeterlo, perché noi siamo gente seria e non facciamo pagliacciate; così facendo, sottile com’era, sapeva di sicuro che avrebbe consegnato quell’immagine alla storia.
Non alla storia normale, alla nostra storia.
La storia di noi tutti insieme, e di ognuno di noi.  Quel gesto ha costruito un pezzettino di identità collettiva, e molti pezzettini di identità individuale.
Per quanto crediamo di fondare il nostro essere su grandi certezze, è di questi pezzettini che siamo fatti e cementati.
Va beh, ma una sedia?
Una sedia, se serve.
A volte in una sedia c’è un mondo.
In quella c’erano un mondo e la sua definizione.

Non solo.

C’erano un sacco di cose.  Comprensione, affinità, bellezza, rabbia, amore.
Il Mondo non amava quel gesto, forse.
Ma in quel gesto l’abbiamo riconosciuto, in quel gesto l’abbiamo dichiarato nostro, per sempre e poi ancora un po’.
Se vi sembra poco come insegnamento, che si possa essere riconosciuti e amati nei nostri momenti bui, nella rabbia, nella sconfitta, nell’alzare una sedia al cielo, se vi sembra poco buon per voi. Perché è cosa di infinita speranza.

Noi per conto nostro lo immaginiamo così, nel Grande Stadio lassù.

Non è solo per questo che Seavessi ha pianto per due giorni, finché NonnoG si è volontariamente offerto di portare lei e le ragazze allo stadio.
Il Mondo era lì in certi momenti perfetti. Quando Seavessi, e di conseguenza tutti coloro che aveva intorno, qualsiasi fosse la loro età, erano perfetti e immutabili ed eterni. E ci sarebbe sempre stata, domani un’altra Amsterdam dove tornare.
Momenti in cui  le notti erano sempre piene di stelle.

Si può, è normale, cedere al rimpianto. Si possono piangere lacrime calde e amare per le stelle che sono cadute, mentre sei in macchina un venerdì sera, e Mika canta Last Party, e il MaritoNP capisce ma non del tutto perché non può, e dice che così è la vita, e sembra che nel mondo non ci siano sedie abbastanza per tutto ciò che è andato.

Ma poi si scava e bisogna scoprire che niente è perduto di quella perfezione. Non un viso, non una lama di luce sull’erba, non uno scherzo, non un briciolo d’amore.  Tutto è intatto nel nostro cuore. Tutta la gratitudine per ciò che è stato.

Nel nostro Mondo.

 

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