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apparterMi, appartenerTi.

Seavessi ha rimuginato un bel po’ sul tema proposto questo mese da Genitori Crescono.

In effetti, era difficile per Seavessi la definizione di gruppo. Seavessi non ha buoni rapporti coi gruppi, posto che una volta che ci sei dentro trovi sempre qualcuno che ti rifila qualcosa da fare – dire – pensare, che è la cosa peggiore.

Seavessi  frequenta il gruppo del parchetto, ma non abbastanza da essere invitata alle cene fra mamme a cui poi dovrebbe trovare una scusa perché non le piacciono le cene fuori visto ha questa cosa che quando finisce di mangiare deve alzarsi se no diventa isterica, e invece il focus della cena dovrebbe essere il chiacchiericcio successivo, il che funziona solo con Miglioreamica che accetta i tempi biblici che ci impiega Seavessi a mangiare.

Seavessi frequenta gruppi su fb, da cui fugge periodicamente non appena si sente troppo coinvolta.

Seavessi ama i gruppi solo se può tenere un piede fuori dalla porta.

Come fa una così a parlare di appartenenza a un gruppo.

Come quasi sempre, la risposta era nel Bernardi, che (cito a memoria) a un certo punto parla di unicità non solo del bambino e della mamma, ma della coppia mamma-bambino.

Eccola lì.

Il gruppo base,  il livello zero del gruppo, è la coppia genitore-bambino. E’ l’epitome di ogni concetto di appartenenza, la mia mamma, il mio bambino, e quand’anche di figli ce ne siano tanti, quel mio bambino contiene un’esclusività indiscussa.

C’ha un bel dire Gibran che I vostri figli non sono i vostri figli. Sono i figli e le figlie della vita stessa. Per contrapporgli un altro baluastro (baluardo + pilastro) del pantheon letterario di Seavessi, gli facciamo rispondere da Stefania Bertola :  I vostri figli non sono i vostri una bella maniglia.

Non c’è niente del tutto che sia più nostro; ha mai guardato, Gibran, la neve sotto la luna piena dalla finestra, nel nero della notte, con in braccio un neonato che non smette di piangere?  Ha mai sentito il senso di compiutezza cosmica di quando vedi tuo figlio dire grazie e per favore, e l’istinto omicida frenato a stento da pochi millenni di civiltà, quando il bimbo più grande ti butta giù il pargolo dall’altalena?

Sono così nostri che è difficile pensarli altro, sognarli altro da noi. Eppure.

L’Infanta martedì sera ha fatto il Saggio di Danza.

Sa il cielo se esista qualcosa di più lontano dalla inner Seavessi della danza classica. Eppure.

Eppure sul palco ha visto la sua, sua, sua bambina, felice e splendente e sorridente, e lontanissima. Lontana mille anni, eppure sua. Così vicina, eppure lontana come a guardarla attraverso un cannocchiale al rovescio. La mamma seduta a fianco a lei guardava estasiata le due figlie che danzavano entrambe, e commentava passi e coreografie.

Ma Seavessi era costernata.

Quella è la mia bambina, io sono la sua mamma, la sua prima e più grande tifosa ammesso che i ballerini abbiano tifosi, sì forse quelli di Amici, ma vabbeh, non vediamola nera così, magari ad Amici non ci va, ecco io sono il supporto e l’appoggio su cui deve contare qualunque scelta faccia, e già ora, già adesso, è così lontana, come un aquilone che tira forte il filo, e solo perché ha scelto uno sport di cui io non capisco un accidente, e guardo con stupore e ammirazione e inquietudine queste agnolottine col viso da bimba, di pochi mesi più grandi di lei, che volteggiano e posizionano e developpano come io non imparerei a fare in tutta la vita.

E verranno tante, tante altre scelte, e quel filo tirerà sempre più forte, e non posso neanche pensare di mollarlo, perché il filo senza aquilone non ha senso, e l’aquilone senza filo va a sbattere, e se un gruppo mamma-figlia non funziona come si deve sappiamo tutte quanto si va a sbattere forte, si rischia di impigliarsi fra le cime degli alberi e rimanere lì finché qualcuno non riesce a farti scendere.

L’Infanta ha fatto la capo-stellina e il granchietto. Ed era mia, come non mai, e io ero sua, a sperticarmi le mani, e dovrò abituarmi, all’idea che essere sua non significa che posso tenerla con me, significa che devo lasciarla andare, e seguirla in territori ignoti, affascinanti, e paurosi. Perché se non la seguirò, sarò io l’esclusa, non lei.

 

 

Magari Revoluciòn riesco a convincerla a fare rugby.

 

Questo post partecipa, per quanto molto a suo modo, al blogstorming di Genitori Crescono.

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Non sono pronta

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Non ero pronta. Oh, non che aspettando altro tempo lo sarei stata, io non sono pronta quasi mai, per niente.  Forse è per questo che le grandi decisioni della mia vita (lavoro, convivenza, Infanta)… beh non le ho prese, mi hanno presa loro.
Così dal viaggio di nozze siamo tornati con un cavallino di legno dipinto preso a Stoccolma, un poster di Calvin & Hobbes preso a Copenaghen, e un’Infanta probabilmente messa in cantiere a Oslo.
Dal che si deduce che mia figlia ha molto più buon senso di quanto ne avrà mai sua madre, perché ha capito che se avesse aspettato me non mi sarei mai decisa.
Mentre ero incinta ho frequentato, per poche lezioni, non sono una persona costante, un corso per mamme & pance. Ad un certo punto si è parlato delle aspettative sui figli, di come ce li immaginavamo.
Io non immaginavo proprio niente, e mi hanno guardata storta. Ma era vero, non vedevo al di là della mia pancia se non un avvenire confuso e complicato, pieno di insidie, rigurgiti  e _eeeh vedrai quando avrai un figlio! Goditela adesso!
Quando, dopo il cesareo, MaritoNP mi ha messo in braccio un qualcuno con una tutina rosa e le mani grinzose, ho avuto un senso di panico. Adesso tocca a me, cosa faccio, non sarò capace mai, cosa vuole da me questa piccola persona? Cosa ho da darle?
E’ venuto fuori che da darle avevo pochino, proprio dell’unica cosa, il latte, che ci si aspettava da me.  Ho passato il primo mese e mezzo a piangere sulle tabelle di crescita e a sentirmi un’inetta, visto che tutte le mamme hanno il latte e io cretina no, e i mesi successivi, fino all’anno di vita e più, a disperarmi perché l’Infanta cresceva poco, e sicuramente la colpa era mia che l’avevo affamata nelle prime settimane, e per questo ero una pessima mamma e l’Infanta da grande avrebbe voluto fare la soubrette.
Ma in tutto ciò, ero (e sono) allo stesso tempo incantata dalla saggezza dell’Infanta, da come sapesse sorridere al momento giusto, da come riuscisse comunque a tirare fuori una mamma decente da una donna spaventata e col terrore di sbagliare.
L’Infanta è una piccola, saggia donna.
Beata lei.
  

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