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5 cose che l’Infanta e Revoluciòn impareranno

…anche se Seavessi dovesse stremare il suo mononeurone nell’impresa.

1- Per favore

Non va più di moda dire per favore, in fondo perché questa formalità, basta un sorriso, una faccina su uotsapp, anzi guarda, non stiamo lì a perderci del tempo, facciamo che io ti chiedo e tu mi dai. Possibilmente in fretta, possibilmente quel che esattamente mi serve e col minimo sforzo da parte mia. Lo sforzo tuo poco mi interessa.

Ma anche no. Seavessi fa parte di alcuni gruppi fb in cui ci si scambiano consigli di cucina. Sempre più spesso legge cose tipo Ricetta del tiramisu??????? dove il per favore è evidentemente stato sostituito dalla sovrabbondanza di punteggiatura, e ripeto, ma. anche. no. Non importa con quale mezzo si stia comunicando, se si chiede qualcosa si dice per favore. Credetemi figlie mie, quel secondo e mezzo che risparmiate a non dirlo vi costa più di quel che guadagnate.

2- Grazie

Se è vero che i bambini imparano soprattutto con l’esempio, è vero anche che l’esempio in certi casi va rinforzato. Anche se ci si sfinisce. Anche se vi capita, certe sere che siete stanchi, di passare il sale a vostra cognata e chiederle distrattamente “come si dice?”. Anche se tutto ciò è formale e noioso. Oggi formalità è una brutta parola, evoca burocrazia e bizantinismi, ma esiste la formalità buona, la formalità modello base, che è quella che ci consente di arrivare a fine giornata senza che alcuno dei nostri simili cerchi di stirarci con la macchina. Dire Grazie è necessario, chi non lo fa fa brutta figura. Certo nessuno si metterà a dare del maleducato a un bimbo che non lo dice, ma lo stesso bimbo, così carino e spontaneo, dopo un po’ si evolverà in un adolescente scontroso e antipatico, e sarà meglio che un minimo di regole base le abbia introiettate, se no è un attimo diventare uno di quegli adulti impossibili di cui ci lamentiamo oggi.

3- Scusa

Questa è difficilissima. Non si può insegnare ripetendolo allo sfinimento come i due punti precedenti. Bisogna saperlo dire. Bisogna dirlo bene, non come Fonzie, bisogna togliere tutto il carico da undici che ci pesa addosso quando dobbiamo ammettere di avere sbagliato. Imparare a dire scusa a un altro in realtà è il secondo passaggio, ed è il più facile. Il primo è imparare a dire scusa a noi stessi, lo so che hai sbagliato Seavessi, tutti sbagliamo, scusa se ti sto ricordando tutti gli errori commessi dalla prima elementare in poi. Sono solo una stupida vocina e ti chiedo scusa per averti fatto pensare che sbagliare sia tremendo e imperdonabile. Gli errori capitano, si possono ammettere, ti chiedo scusa, ora va’ e chiedi scusa alla persona che hai ferito. Lo so, non l’hai fatto apposta, scusati lo stesso e digli

4- Ti voglio bene.

Ditelo sempre, se volete bene a qualcuno ditegli pure ti voglio bene. Chiaro che ci dovete mettere un poco di cognizione, non fare come quando mamma l’ha detto al benzinaio dopo che avevi fatto il primo pieno di gpl (17 euro, sì capite, gli voleva bene). Ma ai familiari, ai vecchi amici, anche a quelli nuovi se sentite che ne hanno bisogno, e soprattutto se è vero, ditelo pure. Si parla tanto di amore, ma l’affetto è altrettanto potente. Poi se ci pensate, è bellissimo: ti voglio bene, voglio il tuo bene, voglio che tu stia bene, ti auguro ogni bene. E’ bellissimo. Il mondo ha tanto bisogno di questo tipo di pensieri. Spargeteli in giro come semi, ne spuntasse uno su cento avreste comunque fatto un buon lavoro.

5- A parlare e a stare zitte

La più difficile di tutte. E’ verissimo che un bel tacer non fu mai scritto, e in generale a Seavessi piace molto questa anglofona massima:

Questo perché purtroppo si tende a fare passare sotto una malintesa sincerità certe aggressioni verbali belle e buone. Se vostra sorella esce dubbiosa da un camerino di prova con un vestito che sembra tirato via da il mio grosso grasso matrimonio gipsy, e con fare perplesso vi chiede che ne pensi, potete onestamente dirle che sembra la Madonna di Oropa con la scollatura di Belen. Se una collega con un sorriso a 32 denti e sprizzando gioia vi chiede cosa ne pensate del suo primo tentativo di maglione fatto a mano, voi figlie mie guarderete quella cosa beige e informe, sorriderete e le direte sei stata bravissima, è davvero carino! Perché la collega è felice e orgogliosa, il maglione non ve lo dovete mettere voi, e non c’è proprio bisogno di essere sincere. La gentilezza è spesso molto meglio della sincerità.

L’altro lato della medaglia è parlare. Figlie mie, dovete imparare a scegliere le vostre battaglie. Alzatevi e parlate per quello in cui credete – ma quando lo fate, fatelo con cognizione. Se sarete ambientaliste, non traete le vostre convinzioni fondanti dal blog miacuginalavoradanaturasì.com. Se volete abbracciare una causa, documentatevi, e poi parlate.

Parlate quando è giusto farlo, quando chi vi è intorno tace per comodità, parlate se ci tenete, parlate se ci credete. Parlate e soprattutto, vi prego figlie mie, parlate con ME. Io giuro, farò del mio meglio per fare lo stesso con voi.

E ultimo ma non meno importante, imparate l’arte gentile della chiacchiera (non del pettegolezzo). Imparate a parlare di sciocchezze senza infervorarvi ogni 5 minuti e senza necessariamente e inevitabilmente portare il discorso su temi controversi quando non è il momento né l’occasione per farlo. No, la prozia Sigismonda non è interessata al modo in cui vi siete fatte il piercing alla lingua, chiedetele della fioritura delle sue forsizie invece, e passeremo tutti una giornata migliore.

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Rosae rosarum

A Seavessi piacciono le rose.

Perché nonostante siano bellissime, profumate, con quei petali di sfumature così delicate che staresti ore a guardarne uno solo e a chiederti come sia possibile, nonostante tutto questo profluvio di bellezza sono anche fiori con del carattere.

Se non ci fai attenzione, se le tratti con noncuranza, senza rispetto, ti trovi con uno sbrego nel braccio lungo così.

Revoluciòn è una rosa.

Una rosa in pieno, sfolgorante terrible two, che in effetti non differisce molto dal terrible one e lascia intravedere un terrible three abbastanza analogo, insomma Seavessi ha qualche serio dubbio sul concetto di terrible two applicato alla sua progenie.

Questo per dire che, mentre qualche grama volta con l’Infanta funzionava anche la sgridata secca, con Revoluciòn la sgridata secca (di solito relativa all’annoso problema AL MATTINO BISOGNA PETTINARSI) porta solo a Seavessi che piange in bagno, Revoluciòn che si rotola per terra ululando a caso FATTOMALEEEE  e Infanta che guarda tutti con aria di condiscendenza, ma come ho fatto io a finire in questo bailamme invece che sul trono di un qualche reame scandinavo come era mio palese destino.

Momenti ameni che però, replicati tutte le mattine feriali che il Signore manda giù su questo pianeta spettinato, dopo un po’ perdono il loro fascino.

Così capita che Seavessi ci provi, che faccia utopistici tentativi di inserire un metodo nell’educazione casuale che finora – peraltro – ha funzionato così bene.

Seavessi casa, mattina, interno giorno.

Seavessi _Revoluciòn vieni qui frittella!

Revoluciòn _no.

S _su amore, vieni solo un momento.

R _NOOOOOO IO NON VUOLE!!!! (lancia un miniponi verso il nemico)

S (con dolce autorità) _Revoluciòn, NO. Non si tirano le cose, lo sai che puoi fare male alle persone? Anche se sei arrabbiata non devi tirare le cose. Io lo so che non ti piace pettinarti, ma ogni tanto dobbiamo fare anche le cose che non ci piacciono, e poi se vuoi avere i capelli lunghi bisogna tenerli pettinati, e comunque non va bene quando ci arrabbiamo tirare le cose, cosa faresti se mamma ti tirasse le pentole quando la fai arrabbiare? non va bene, eh?…
(inserire discorso di cui Seavessi ha perso il filo a metà da tanto s’è annoiata da sola)
…e allora hai capito amore mio? eh?

R (piegando la testa di lato con sguardo color temporale pentito e ravveduto) _shhhhì mamma.

S _oh bene amore mio, allora ascolta, ora raccogli il miniponi che hai tirato e rimettilo a posto, eh?

R (con sorriso da schiera di cherubini) _no, io no lo fassshio. (esce di scena fra gli applausi)

PS mentre scrivevo avevo un senso di deja vu, e mi sono ricordata del post gemello, che raccontava della piccola Infanta.

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Un bellissimo colore

Piscina del Paesucolo, esterno pomeriggio.

Seavessi si sente un genio. Ha appena inventato l’acqua calda e pure quella fredda e quella con dentro le pallette di lush. Seavessi raramente nella vita si è sentita altrettanto compresa del proprio acume, forse giusto dieci minuti dopo la laurea ma era troppo stanca e affamata per ricordarselo.

Seavessi ha realizzato che esiste una valida alternativa al morire di caldo in 10 cm d’acqua della piscina dei piccoli seduta vicino a Revoluciòn. Seavessi ha realizzato che, se si muove agile e subdola come una faina, può smollare in braccio a una decenne volenterosa Revoluciòn per i dieci secondi necessari a entrare, kamikaze style, nella piscina dei grandi, e da lì ripigliarsi in braccio la piccola e potersi quasi-godere un mezzo bagno pure lei.

Seavessi è una donna realizzata, a mollo come un asparago nell’asparagiera con la sua pupotta in braccio, con l’attività cerebrale che più che essere piatta va dolcemente in discesa.

ma il destino è in agguato.

Nella forma di S, l’amichetta indiana dell’Infanta.

Che si avvicina e si mette a fare i versetti a Revoluciòn.

la quale ricambia.

A un certo punto arriva un’altra amichetta, altrettanto fa versetti, ma Revoluciòn la schifa platealmente continuando a spernacchiare amichevole verso S.

A quel punto, S sorride e dice _secondo me le piace il mio colore!!!

Seavessi va in panico.

Dico sì certo e do a S l’impressione di essere una specie di curiosità locale?

Dico ma noooo, e do a S l’impressione che il suo colore non mi piaccia passando per razzista di merda?

Dico d’altra parte è così, facendo la figura della cretina che sono, qui piantata in mezzo a una piscina con una bambina che spernacchia e un’altra che mi pone quesiti etico sociali in un momento in cui non saprei neanche unire i puntini?

Non si era accorta, Seavessi, di avere dietro l’Infanta.

che salta in mezzo e fa _è vero S, hai un colore bellissimo, andiamo a fare i tuffi?

Escono di scena.

 

Sipario.

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True colors

Ogni genitore in cuor suo SA che arriverà quel momento. Ovviamente lo sa anche Seavessi, e come da copione ha cominciato a preoccuparsene quando ancora l’Infanta la prendeva a calci dal di dentro.
Il momento in cui l’amata progenie comincerà a fare domande imbarazzanti, in genere prive di risposta o almeno prive di risposte agibili per gente alta meno di un metro.

Qualche anima pia all’epoca rassicurò Seavessi, prospettandole che la temuta epoca dei pecché cominciasse intorno ai quattro anni.

Se lo dicono anche a voi, non credeteci. E’ una vile menzogna.

Seavessi se n’è accorta qualche mese fa, orecchiando una conversazione fra l’Infanta e NonnoG, in cui l’Infanta se ne uscì con un _NonnoG tu zei un mazchietto? Allola hai il pizellino? Fai vedele!!!
NonnoG ne uscì traumatizzato e fuggì lasciando dietro la nuvoletta di polvere come il BipBip, e Seavessi seppe che la pacchia era finita.

In realtà, però, Seavessi non temeva tanto le domande pizellino-oriented, quanto le domande sul colore della pelle dei compagni di nido/asilo;  questo perché Seavessi si sentiva più messa alla prova, sentiva di dover trovare risposte meravigliose che spiegassero il valore di un azilo multietnico e la bellezza di avere come amichetti sia Chiara che Fafàn che Eduard.



Ovviamente l’occasione per certi discorsi capita sempre quando una pensa a tutt’altro, ed è così che l’altra sera tutti gli imperativi morali di Seavessi hanno suonato il campanello, sotto forma di ragazzo portatore di pizza.

L’Infanta si precipita, mentre Seavessi infila una felpa e va alla disperata ricerca del portafogli che qualcuno alto meno di un metro ha saccheggiato per giocare alla cassa del supermercato.
Aprono e fanno entrare il portatore di pizza, dai colori scuri e dai tratti evidentemente mediorientali.

Infanta _ciao! Io mi chiamo Infanta, tu come ti chiami?

Tipodellapizza (con fortissimo accento straniero) _ciao, io mi chiamo Achmed!

Infanta _ e come zi chiama la tua mamma? e il tuo papà? E la tua nonna?

Achmed (perplesso) _ ehm… signora sono 18 euro…

Achmed esce di scena

L’Infanta guarda Seavessi coi grandi occhioni interrogativi spalancati. 
Seavessi sente arrivare il domandone finale, si prepara, ecco, le ripassa mentalmente davanti agli occhi qualunque tipo di lettura abbia fatto sull’integrazione in età scolare,  quanto sono buoni gli involtini primamera e le parte in testa un incongruo we are the world we are the children, ecco, Seavessi e pronta…

Infanta _mamma ma Amèd…

Seavessi _sì dimmi amore mio…

Infanta _mamma dizèvo, ma Amèd… di che colole è casa sua?

Infanta, sei melavilliosa.

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L’intrusa nel lettone

I fatti:

Fino a luglio, mese in cui la Seavessi-famiglia ha traslocato, l’Infanta dormiva nella stessa camera di Seavessi e MaritoNP, per l’ottima ragione pedagogica che non c’era un’altra camera dove metterla.
Dopo il trasloco, L’Infanta ha avuto la sua cameretta con tanto di lettino con sopra il cielo stellato (Santa Ikea), spazio per i giochi, poltapizàma in cui vive il Velme e armadio in cui vive la Solellina. Ogni  tanto a metà notte le capitava di presentarsi nel talamo genitoriale, ma di rado.
Da lunedì, primo giorno di materna, ogni notte l’Infanta si presenta nel lettone con due o tre orsipù di dimensioni variabili al seguito.
***Versione ufficiale (per l’uso con parenti, conoscenti, altre mamme non-amiche)***

Sai, so che non è propriamente corretto lasciarla dormire con noi, mi rendo conto che potrebbe diventare una pessima abitudine; ma questa settimana l’Infanta ha già vissuto un grosso cambiamento e se la sta cavando meglio di quanto ci aspettassimo, per questo motivo penso sia meglio aspettare che la bimba si ambienti correttamente all’asilo per successivamente intraprendere un appropriato percorso di disintossicazione dal lettone.

***Versione familiare (per l’uso con MaritoNP, Miglioreamica, WonderMary e altre colleghe)***

E cosa volete, da me, il sangue? Mi alzo alle 7.00 che mi sembra di essere andata a letto un quarto d’ora prima, non dormo per il male al collo da stress, lavoro, siamo in chiusura di trimestre, lavo pulisco cucino faccio biscotti riempio interi fogli di letterine perché oltretutto l’Infanta ha le manie di pregrafìa, ma secondo voi quando alle 3 di notte la piccola intrusa si infila subdolamente nel lettone io dovrei riprendere conoscenza (che già lì si fan le 7 di mattina),  estirparla dal lettone, riportarla ululante in camera sua e discuterci 40 minuti con calma e amorevolezza? E poi se mi avanzano 5 minuti cosa vi serve d’altro, la pace nel mondo?

***Versione al buio, guardando l’Infanta che dorme.***

Infanta, come sei bella. Come sei grande.
Come sei diventata grande, troppo in fretta, fino a riempire il grembiulino dell’azilo, fino a raccontarmi le fiabe e fino a decidere che le scarpe viola coi lustrini sono belle e quelle blu che piacciono a Seavessi no, fanno schifo.
Come mi stai scappando via in fretta, e io vorrei tenerti ancora in braccio come quando sei nata, e allo stesso tempo ti guardo correre via sapendo che ti capiterà di cadere.
Infanta, è stato chiaro fin quasi da subito, che delle due quella forte sei tu, che attraversi tutte le tue grandi avventure ridendo e piangendo e rialzandoti se inciampi, testa alta e sguardo avanti alla prossima scoperta.
Io invece mi struggo e mi contorco, ogni passo pensando se ho fatto bene se ho fatto male se sto andando dalla parte giusta (o se invece sto facendo un errore madornale che ti spingerà come al solito a voler fare la soubrette da grande).
Per cui, Infanta, anche se questa cosa è educativamente discutibile, anche se è cvontro le regole sia del co-sleeping che dello sleeping-ognuno per i fatti suoi, anche se domani mi chiederò se tutto ciò è sbagliato, questa notte stiamo ancora così vicine, abbracciami ancora nel sonno.

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