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Altramamma, davvero?

Cara Altramamma,

tu non lo sai, ma in questi giorni, facciamo settimane che non costa nulla, Seavessi arranca un po’.

Fatica a trovare il passo, a ballare a tempo, le cadono le cose e le parole. Cose piccole sembrano grandi e cose grandi sembrano piccole, perfino il sole sembra sbagliato perché ti illude che sia primavera, e la pioggia perché ti inganna sull’inverno che non è stato.

A Seavessi sembra di portare in braccio i panni dell’asciugatrice, quando non trovi la bacinella, e per bene che cerchi di tenerli ogni passo ti cade un calzino, ti chini per raccoglierlo e ne cadono altri due.

Spaiati.

Così, Altramamma, non stupirti se ci ho messo un attimo a capire di cosa parlavi.

Perché tu, lo so, porti una bracciata di panni tale e quale la mia,  e davvero ti sei ricordata, davvero in mezzo ai tuoi calzini spaiati hai pensato a me e alla mia Infanta asociale,

che negli ultimi tre anni ha accondisceso a partecipare a un unico evento mondano, la scorsa primavera, il compleanno di tuo figlio.

Il quale figlio l’ha invitata, e lei è tornata a casa e ha detto Mamma, mi porti alla festa di Bastiano (e come dovrei chiamarlo se no?), e io ancora mi chiedo cosa le abbia detto.

E non credo lo saprò mai, cosa le ha detto di diverso. Non importa, ora so.

So che è Bastiano ad essere diverso, e so che devi averglielo insegnato tu.

Altramamma, davvero?

Davvero è possibile che qualcun altro si ricordi che la mia bimba silenziosa non va alle feste, davvero hai notato l’eccezione, davvero ci inviti anche quest’anno (anche se ormai ci danno per causa persa) dicendo Magari anche quest’anno l’Infanta è contenta di festeggiare con Bastiano?

Altramamma, grazie con tutto il cuore. Per il pensiero, il tempo e lo spazio.

E per insegnarli a Bastiano.

Torno a raccogliere i calzini, grata.

 

 

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Febbraio

L’Iowa non è il luogo dell’inquietudine.

E’ il luogo dove un po’ per volta si sistema quel che s’era rotto, si rimettono insieme i pezzi, ci si accorge di aver fatto sciocchezze e si chiede scusa.

E’ un luogo di pazienza, dove le giornate sono brevi eppure lente, dove la domanda costante, continua, instancabile è che cosa vuoi? Davvero? No, davvero, che cosa vuoi?

E te la ritrovi in ogni luogo e in ogni lago, e a volte, solo a volte per fortuna, diventa così grande da scoppiarti in testa, come un palloncino con dentro altri palloncini con dentro altri palloncini che scoppiano e volano e si scontrano e se anche sono leggeri vorresti che si fermassero un attimo, per vedere il cielo pulito.

Perché il problema è che dietro quella domanda si nasconde lo spettro dell’ingratitudine, il peggiore dei peccati, quello che non ti perdonerai quando le cose andranno male. Ma come, ma se va tutto bene, perché fai così? Perché non possiamo starcene tranquilli e basta? Sai che presto la rimpiangeremo, questa insoddisfazione, questi palloncini che ti scoppiano in testa?

Sai che questa pace andremo a cercarla e raccoglierla con la cavagna bucata?

Certo che lo so.

Eppure, qui in cucina, i fornelli e la finestra grande, sento frusciare fra le piante di granturco, e sento gli spiriti sussurrare, e le nuvole scorrono veloci.

Perché non scordiamoci che è l’Iowa, non il paradiso.

 

 

 

 

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La patente

Seavessi ha rinnovato la patente.

Che già lì. La patente la rinnovi quando ti fregano il portafogli, tirando giù santi.

Oppure quando ti scordi la borsa in treno, e lì i santi ti dicono eh no, saran problemi tuoi.

Oppure.

Oppure quando son passati dieci anni dall’ultimo rinnovo. Dieci anni. Che i santi direttamente ti passano i kleenex e ti dicono su su dai, in fondo ancora non fai la tinta, sei relativamente gggiovane.

Relativamente.

Brrr.

Perché il problema è che l’hai già rinnovata una volta sta patente. L’hai presa 20 anni fa praticamente esatti.

Era il 22 dicembre del ’95, al liceo c’era la festa di Natale e tu sei arrivata tardi perché hai fatto l’esame di guida. Hai anche portato una torta che non mangerà nessuno, ma vieni comunque accolta da due ali di pubblico festante in quanto patentata. Il mondo è mio, verso l’infinito e oltre. Revoluciòn, l’Infanta, perfino MaritoNP erano sogni ancora da sognare, in quel momento il peggio che poteva succedere era che uscisse greco alla maturità. Che poi è uscito e te la sei cavata lo stesso, e se avessi saputo leggere fra le righe che grande verità ne avresti imparato, ma a 18 anni le verità sono bolle di sapone, sferiche e perfette e ancora non sai che se le tocchi quasi sempre ti scoppiano fra le dita.

Il primo rinnovo non te lo ricordi. presumi che fosse dicembre del 2005 e che a farlo sia stata una giovane donna molto convinta e impegnata e sicura di aver trovato il suo posto nel mondo, con una mezza idea di trascinarsi MaritoNP all’estero (e non sa che fra poco lo stesso MaritoNP, o meglio il suo lavoro, decideranno diversamente). Oh quante cose che sapeva quella donna. Infatti tante ne sapeva che infine le è scoppiata la testa e ne sono usciti coriandoli e nuvole scure.

Di questo rinnovo non parliamo, oggi sei qui e questo è l’Iowa, e tanta strada hai fatto per arrivarci che quasi non ci credi che era lì dietro l’angolo, e sventolava le mani e strillava per farsi vedere e ha dovuto tirarti una (o più) scarpe in testa per farsi notare.

Ma il prossimo.

Il prossimo rinnovo.

Avrai 48 anni. Hai l’impressione che sarà un’età stupenda, anche perché NonnaG da sempre sostiene che i 40 sono il Decennio Perfetto.

L’Infanta andrà per i 18. Dio, come sarà bella. Comunque sarà, sarà bella da spaccare il cuore.

Revoluciòn starà per compiere, proprio lì a pochi giorni, 14 anni. Il pensiero di avere a che fare con una Revoluciòn adolescente è abbastanza spaventoso, ma forse per allora avrà smesso di dire IO NON VOGLIO col tono perentorio che ora sgomenta gli estranei. O forse no. Saremo in piena Tempesta Perfetta, ma sia, i mari calmi e tiepidi non sono mai stati roba nostra.

MaritoNP sarà tale da 19 anni. Forse per allora non lascerà più tracce di patatine mangiate di nascosto ovunque. Forse continuerà a lasciarle perché tu sappia che è sempre quello lì che hai sposato, e non l’hai perso per la strada.

Tu?

Tu forse sarai riuscita a tornare in Irlanda, e vedere finalmente l’Ovest.

Dicono che sia stupendo.

 

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Cucù

questo blog soffre di periodici abbandoni, niente affatto casuali, ma dettati proprio dal _ma in fondo chi me lo fa fare, tutto quel che c’era da scrivere è già stato scritto e molto meglio di così, ma lascia perdere, spazio ai giovani, a quelli che ne san di SEO, a quelli che ne sanno e basta. Ce n’è a mazzi lì fuori di gente che ne sa, Seavessi, cosa vuoi scrivere proprio tu che non ne sai di niente, spali nuvole, vivi di superfici – possibilmente glitterate.

E questo post è faticoso, non si sta scrivendo da solo come al solito, sto qui con le dita sulla tastiera che non si sciolgono, si inceppano, fan fatica.

E’ che da qui, dal portico della mia fattoria dell’Iowa, mentre aspetto che dal granoturco escano i miei fantasmi amati, sembra che le sole cose sensate siano quelle minuscole, gli inizi.

Il body rosa di danza di Revoluciòn, il diario dei Minions dell’Infanta, il catalogo dell’Ikea, il mio sacchetto con dentro i nastri per pasticciare, le ultime rose. Seavessi ha sempre avuto la fissa degli ampi spazi, del quadro generale, della vastità del mondo, ora invece si perde nei dettagli, e vede mondi dappertutto.

L’Iowa è lento, lento. La lentezza va imparata, ci stiamo lavorando.

Ma detto questo, sapere che qualcuno là fuori si chiede che tempo faccia in Iowa, dove sia finita Seavessi, è bellissimo, e vi ringrazio di cuore per averlo chiesto.

Siamo qui, stiamo bene, ci chiediamo il senso di questo blog ma come al solito lo troveremo in fondo a una tazza di tè; ora vado, sento fruscio fra le pannocchie.

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Sette

Stamattina sono uscita che dormivi ancora,

mia incomprensibile, remota principessa elfica,

miei occhi di nebbia, mie guance da giovane vittoriana innamorata,

miei capelli da fiaba e mio pigiama con i pirati,

tu così evidente e misteriosa, precisa e infinita,

mio biondo nastro di Moebius,

che mi hai insegnato che non so niente, ma anche se non so niente ce la caveremo lo stesso benissimo,

che mi metti davanti ogni giorno, con la costanza di un delenda Carthago, che la donna preoccupata che sua figlia impari l’autonomia, l’indipendenza, e a montare la libreria billy da sola, che si preoccupa di pontificare che non esistono giochi da femmine o da maschi e che cerca di convincerti a fare qualche lezione di programmazione,

e la belva che annusa sottovento una possibile minaccia al suo cucciolo e desidera solo azzannare l’intruso alla carotide e leccarne voluttuosamente il sangue infido, finalmente in pace con il mondo fino alla prossima minaccia,

ecco, ma magari queste due cose fossero divise da un filo sottile,

il più delle volte cammino con un piede di qua e uno di là, e saltello da una parte e dall’altra secondo variabili fragili e scivolose.

Mio amore delicato e feroce, mia tendenza all’infinito,

mia piratessa dei sette mari che i mari li hai dentro, e sono trasparenti e pericolosi e finora non ne abbiamo navigato che poche onde,

mia saggia, riservata, allegra, entusiasta meraviglia,

mia Infanta,

buon compleanno.

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A ben pensarci

A ben pensarci era ora di una rinfrescata al look del blog.

Così come se facessimo finta di credere che sia un blog vero

A pensarci ancora meglio, è ancora più bello che l’immagine sia un regalo.

Di un’amica

a- così cara, ma così cara.

b- così “io ti dico cosa vorrei, ma poi tu non fare quello che dico, fai quello che penso, ecco esatto, proprio quello!”

c- pescata con una fortuna incredibile nel mare magnum della Rete, dove non sembra eh, ma se si ha pazienza, se non si sbraita, se non ci si fa portare troppo dalle onde si pescano amici bellissimi.

A ben pensarci, Seavessi sta pensando tanto in questi giorni freschi di aprile,

pensa di non avere un brutto carattere, ma di avere UN carattere, il suo, e di averne il diritto, posto che non è meglio né peggio di tanti altri

pensa che chissà se i due cespi di Freddie Mercury fioriranno, uno ha un bocciolo, l’altro, sembrava il più vispo, ora sembra che abbia il blocco dello scrittore.

O il blocco del cespo.

Ah, sti lapsus, Seavessi…

Seavessi pensa che questo nuovo lavoro la mette a contatto con più cose di quel che pensava, e non parla solo di detergenti e spazzoloni,

pensa, Seavessi, di aver perso negli anni un po’ di scorza, eppure, dicevano il contrario, che con gli anni le cortecce si induriscono e le armature si temprano, e invece boh.

Forse perché è inutile mettere l’armatura per andare a fare una passeggiata nei prati, può darsi che becchi un’ortica, ma poi passa.

Pensa, Seavessi, che ridendo e scherzando, in sordina come tutti i cambiamenti grandi, ha iniziato una pagina nuova, e magari fosse solo da leggere, è tutta da scrivere.

Coraggio Freddie uno e Freddie due: talent will out, my dear.

PS a Chiara vanno i miei ringraziamenti di cuore per la sua bella mano, i suoi meravigliosi colori e… per essere Chiara.

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Quel momento

Quel momento, in cui sei nel bel mezzo che stai cercando di farti andare bene che le cose non sono andate come prevedevi a 20 anni,

che fa troppo caldo per la giacca che hai messo, e se la togli però c’è lo spiffero

che senti che stai facendo giusto, eppure molte voci fuori e dentro (più fuori che dentro, è per questo che sai che stai facendo giusto) strillano e lagnano che è sbagliato, e non è giusto affatto, e gne gne gne

che invece tu vorresti abbracciare la tua, di mamma, e dirle che è tutto ok e che se anche ce ne metti le cose alla fine le capisci

che capisci che tua sorella è giovane e saggia, e equilibrata come tu non lo sarai forse mai

che fa caldo l’ho già detto?

che torni a casa dopo una giornata bella ma un po’ impegnativa,

visto che per te qualunque novità necessita un tempo di decantazione che oscilla fra gli 8 anni e i due secoli.

Quel momento che finalmente arrivi a casa, e vedi le tue due stelle che giocano, e sì, sei sicura,

e la tua Revoluciòn tascabile ma non meno potente ti corre incontro, e ti salta in braccio,

 

 

e con le amabili ditine ti spalanca la bocca a viva forza per vedere se dentro c’è una caLamella abusiva.

 

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I want it all

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, Seavessi non ascolta volentieri i Queen. Per farli mettere su in macchina l’Infanta deve insistere un bel po’, mettendo a tacere l’amore folle per Mika di sua sorella e l’inesplicabile resistenza materna.

Eppure Seavessi aveva la cameretta che praticamente era un santuario, è incredibile quanto marketing riesca a entrare in una stanzetta minuscola con una parete occupata dall’armadio e una dalla finestra, e c’era una foto incorniciata, una foto color seppia, su cui Seavessi ha chiuso gli occhi per un bel pezzetto di adolescenza.

Così, perché deve faticare tanto, l’Infanta?

Seavessi se lo chiedeva ieri appunto in macchina, dandosi un po’ della cretina, e cedendo infine alla pressione filiale.

 

(siparietto)

Seavessi ulula indegnamente sul ritornello di I want it all

_mamma che bella questa canzone, cosa dicono le parole?

_mmm… una cosa tipo voglio tutto e lo voglio adesso.

_…

_…

_ un po’ come Revoluciòn, no mamma?

(fine siparietto)

 

Ispirata da I want it all, ieri sera Seavessi – con i suoi tempi eh, vurìa mai che precipitiamo le cose, CALMA – E – GESSO, si è sentita pronta dopo giusto quei due o tre lustri ad ascoltare il nuovo cantante  (con l’aiuto e il supporto delle amiche per cotanta impresa).

Non male.

Ragazzo di carattere.

Qualcosina addosso di George Michael, non tanto da dar fastidio ma un po’ sì.

 

E quindi?

Seavessi stamattina ha benissimo presente perché non ascolta volentieri i Queen.

A Seavessi è partito un delirio onirico da ridere in faccia a Bunuel e da spernacchiare Joyce (flusso di coscienza COSA? Giovane, ne hai da mangiare di pagnotte).

In quei sogni vivi e leggeri delle ultime ore della notte, Seavessi era a Londra, era giovane e cretina e piena di problemi importantissimi e inutili, e Londra era la città magica che nel Seavessi pensiero è una specie di Diagon Alley (che è anche il motivo per cui Seavessi sogna di tornare a Londra ma non lo fa, per non sentire rumore di ricordi infranti).

E quando si è svegliata e si è trovata in mezzo a oneri e onori attuali, amabili e amati, a Seavessi è sembrato di dover passare in tre minuti da 16 a 37 anni, e non era pronta.

Il risultato è che stamattina una Seavessi più ondivaga del solito è andata a discorrere amabilmente coi due cespi di rose Freddie Mercury, e per fortuna il tempo è brutto e il vicino era chiuso in casa, e sente (Seavessi, no il vicino, il vicino non si sa ma ha un Paperino di gesso in giardino, non sta benissimo nemmeno lui) la mancanza di quella cameretta raccolta e monotematica, diciamo pure un filo monomaniaca. Un filo.

E della tizia che ci abitava, per cui Londra era reale, che aveva problemi enormi e inutilissimi, e che pensava, in definitiva, che tutto sarebbe stato possibile.

Più simpatica della sua omologa attuale, che tanti giorni sente che le cose possibili siano pochine.

 

Tutto questo sbandamento emotivo per i Queen? Sì.

E io che pensavo che invecchiare sarebbe stato un sollievo.

 

PS questo NON è un post sponsorizzato. Ma in da domani al cinema, per tre giorni, danno il Live in Montreal. Se qualcuno ci va, sci vada un po’ anche per me. Grazie.

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Se ne vale la pena.

…e allora, quanto tempo, come andiamo? Non ci son più le mezze stagioni, a marzo il sole è meglio non fidarsi, si stava meglio quando si stava peggio!

Vocina. Eccheppalle. Speravo di averti abbandonata in autostrada.

 Ma io la strada la ritrovo sempre. Cosa credi, trenta e fischia anni di esperienza. Allora, ne parliamo?

No Vocina. Non ne parliamo.

 Oh sì che ne parliamo. Si può sapere cos’è sta novità? Cosa ti credi di fare, proprio ora che stai tagliando cose inutili che sembri Edward Mani di Forbice dopo otto caffè?

Vocina, basta.

 Eh no, sono arrivata e ora faccio quel che devo fare!  Sono anni che cincischi con sto blog,  un po’ lo tieni un po’ lo molli, e sei velleitaria come al solito. Su Wiki alla voce Wannabe c’è la tua foto. Niente ne hai mai cavato, e niente ne caverai visto che gli dedichi i ritagli dei ritagli dei ritagli di tempo.  Poi se vuoi parliamo di come ti muovi nel blogmondo che anche lì ne ho da dire. Anzi lo dico, in tre parole, NON SEI CAPACE.  Sarebbe ora di lasciar perdere, non di fare pasticci.

Vocina, per piacere. Mi hai convinto negli anni a fare le peggiori scemenze. Sei la responsabile del mio orribile taglio di capelli post Revoluciòn che ancora ne pago lo scotto. Non hai chissà che meravigliose referenze, sai?

 Ingrata! Io sono la Voce del Buonsenso! E tu sei una sprecona, sprechi soldi in riviste di cucina che tanto non cucini, sprechi tempo con quel ridicolo filo di trucco anche se non devi uscire, sprechi energie facendo Dracula in giro per casa mentre è arrivato un geologo del National Geografic a fotografare la cesta della roba da stirare. E sto qui fin che non ti convinco che non ne vale la pena, e che devi smettere con queste cose inutili e occuparti delle COSE VERE!!! Insomma!

Sarebbero, le cose vere?

 … oh, beh….

Vocina, basta. Il blog è il mio giocattolo. Sarà un giocattolo da poco, sarà fatto coi ritagli dei ritagli dei ritagli, ecco, è un blog patchwork, embè? E’ il mio; e LUI, almeno, non mi ha mai convinta che era una buona idea tagliare i capelli lunghezza spalle che sembravo un fungo postnucleare. Quindi lasciaci in pace. Se vuoi parlare di cosa vale la pena, ecco, tu non mi hai mai detto UNA cosa che valesse la pena essere ascoltata. Pussa, Vocina.

No! Pussa niente! Sei sempre lì che ti fai influenzare dagli altri, che se vanno a buttarsi nel Sesia ti butti anche tu!

E vorrà dire che faremo il bagno insieme. Sparisci Vocina, non vali la pena.

 

PS da un paio di giorni il blog ha cambiato indirizzo, è diventato seavessitempo.com. Con tutti i ringraziamenti del caso a Lara, Sterminatrice di Vocine.

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Pomeriggio, sole.

E’ possibile voler bene al proprio non essere speciali?

E’ possibile riconoscersi, finalmente, di non avere talenti particolari,

non dico autodefinirsi dei cretini, al contrario,

ma prendere coscienza della propria medietà,

scoprirla avvolgente e fresca e ammantata di sollievo come l’ora dell’aperitivo in spiaggia?

Seavessi giorni fa ha letto questo post, bellissimo, di Chiara.

E la domanda finale,  “E se fosse proprio il senso del limite che dobbiamo tutti riscoprire?” le gira in testa.

E se oltre al limite della nostra libertà, definito dalla libertà degli altri, fosse possibile riconoscere i nostri limiti, senza portarci rancore per non essere fuochi d’artificio ma quiete candele (che pure fanno luce, e servono anche loro).

E pur cercando sempre di migliorarsi, di aprirsi a nuove idee, di essere consapevoli e partecipi, fosse possibile perdonarsi se la sera allunghiamo la mano verso il controverso saggio ma con scatto felino essa si sposta verso il Nero Wolfe?

Non crogiolarsi nei propri difetti, ma dire senza imbarazzo non riesco, mi aiuti, non so, me lo spieghi? O perfino no, guarda, ora no, ci sono le repliche di Castle?

Non sarebbe bello, non sarebbe come togliersi le scarpe e camminare un po’ sulla sabbia?

Non sarebbe bello spegnere ogni tanto quel ritornello in testa che dice di fare di più, di fare meglio, che non è abbastanza, che non è mai abbastanza, che tizio fa di meglio e caia fa di più e sarà sempre così in eterno e così sia?

Solo per un po’.

 

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