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Pomeriggio, sole.

E’ possibile voler bene al proprio non essere speciali?

E’ possibile riconoscersi, finalmente, di non avere talenti particolari,

non dico autodefinirsi dei cretini, al contrario,

ma prendere coscienza della propria medietà,

scoprirla avvolgente e fresca e ammantata di sollievo come l’ora dell’aperitivo in spiaggia?

Seavessi giorni fa ha letto questo post, bellissimo, di Chiara.

E la domanda finale,  “E se fosse proprio il senso del limite che dobbiamo tutti riscoprire?” le gira in testa.

E se oltre al limite della nostra libertà, definito dalla libertà degli altri, fosse possibile riconoscere i nostri limiti, senza portarci rancore per non essere fuochi d’artificio ma quiete candele (che pure fanno luce, e servono anche loro).

E pur cercando sempre di migliorarsi, di aprirsi a nuove idee, di essere consapevoli e partecipi, fosse possibile perdonarsi se la sera allunghiamo la mano verso il controverso saggio ma con scatto felino essa si sposta verso il Nero Wolfe?

Non crogiolarsi nei propri difetti, ma dire senza imbarazzo non riesco, mi aiuti, non so, me lo spieghi? O perfino no, guarda, ora no, ci sono le repliche di Castle?

Non sarebbe bello, non sarebbe come togliersi le scarpe e camminare un po’ sulla sabbia?

Non sarebbe bello spegnere ogni tanto quel ritornello in testa che dice di fare di più, di fare meglio, che non è abbastanza, che non è mai abbastanza, che tizio fa di meglio e caia fa di più e sarà sempre così in eterno e così sia?

Solo per un po’.

 

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Metti, fai, disfa.

Pensava, Seavessi, di essere l’unica a trovare che lo spot della Mellin fosse un’istigazione alla violenza; in fondo Seavessi è sofistica e già solo quel “bagnAtto” basta a farle venire il prurito in mezzo alla schiena, sì proprio lì dove non ci arrivi. e ti strusci sul muro come i gatti per farlo passare. Voi no?

Ah.

E come fate voi?

Va beh. Comunque da qualche chiacchiera on e off line è venuto fuori che no, non è (solo) l’insita puzza sotto al naso di Seavessi, quei pochi secondi tirano fuori istinti omicidi a un sacco di mamme.

Seavessi se n’è un po’ stupita, perché in fondo non è mica uno spot innovativo, è banalotto, con una mamma perfettamente truccata e con la piega a posto che ci assicura di essere come noi (ma magari sorella, magari) e ce la conta su sul prodotto. Niente di che, e allora perché la prenderemmo tutte a testate sul naso sta poveretta?

Seavessi si è incuriosita abbastanza da dedicarci qualche minuto di riflessione, sottraendo il suo tempo prezioso alle repliche di Miss Fisher Delitti e Misteri su Diva Universal.

In parte è colpa del testo. Quel “metti fai disfa” è stato scritto da uno che quando incontra gli amici dice “ciao raga tutto rego”. Il giovanilismo è terribile, è come quel momento preciso in cui ti accorgi che hai messo il sale nel caffè.

Poi c’è il bagnAtto. la temperatura sbagliata. Seavessi legge blog mammeschi e frequenta gruppi di mamme da un po’ di tempo, e ha visto battaglie all’ultimo sangue su un sacco di cose. Non parliamo dell’allattamento, che sarà il motivo per cui inizierà la terza guerra mondiale. Ma sonno (gestione del), abbigliamento del pupo, svezzamento, igiene, cosleeping, coccole, vizi, capricci, età a cui si possono introdurre le cozze nell’alimentazione, ditene una e c’è gente che si è insultata sull’argomento.

Ma il bagnAtto? Mai sentito. Dai Ragatuttorego,  non è che ci sia tutta sta difficoltà nel bagnetto. Metti l’acqua, ci butti dentro il pesce della Chicco, se proprio sei senza pesce della Chicco ci metti il gomito, regoli la temperatura, ci metti il bambino, ti bagni fino alle ossa, lo tiri fuori e lo asciughi. L’unica vera difficoltà del primo bagnetto è che ancora non sai che che devi prevedere un cambio anche per te. L’hai scelto proprio per questo, perché è argomento neutro? Sì, ma mi stai dicendo che questa mamma è unadinoi. Eddai.

Però tutto questo non basta a giustificare il fastidio diffuso. Allora cosa ci urta?

Ci urta l’immagine. Quello che negli ultimi anni urta profondamente tutte le genitrici – chissà i papà, sarebbe interessante saperlo. Le mamme della pubblicità non ci piacciono quasi mai: da quelle tanto vituperate del mulino bianco in giù, se ne salvano davvero poche.

Avete presente quando vi fanno una foto, e vi rivedete, e vi fate schifo, e quella foto va nel cassetto. Poi dieci anni dopo la ritrovate, e dite oh caspita, ma ero bella.

Le mamme non hanno più l’immagine granitica di se stesse che avrebbero avuto 50 anni fa. Non ne hanno ancora una nuova, un po’ la vorrebbero, un po’ detestano solo l’idea perché ci sono mille modi di fare la mamma, tutti giusti se scelti col cuore e ascoltando il proprio bimbo, e tutti contestabili e contestati, a volte da fastidiosi tuttologi a volte da persone che invece reputiamo di buon senso. E ci vengono i dubbi, e dove ti giri ti giri qualcuno ne sa più di te, e oh, quella mamma della pubblicità, così sicura, così pettinata, oh quanto la strozzerei.

E non ci piace l’immagine che viene data di noi.

E non ci piace farci fare le foto.

Forse fra dieci anni, chissà, ci vedremo belle.

Noi, lo spot del bagnAtto no. Quello resta brutto.

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E’ proprio così che dovrebbe essere gennaio.

E’ così che dovrebbe essere gennaio,

freddo e pulito, brillante di brina, col cielo all’alba che si bulla e burla dei nostri occhi mezzi chiusi e del sapore di caffè ancora in bocca.

Col vento che sa di mare, o forse te lo stai immaginando e comunque non fa nessuna differenza Harry, perché diavolo dovrebbe voler dire che non è vero?

Con l’idea di iniziare mille cose, di avere davanti pagine bianche che incoraggiano e non spaventano, di mandare via curriculum così belli che verranno letti, di collaborare a mille progetti in cui da domani in poi verrai coinvolta, di trovare concentrazione per fare le cose e cose su cui valga la pena di concentrarsi,

e comprare vestiti colorati, truccarsi un filo, quel senso bello del meglio che deve ancora venire.

E’ proprio così che dovrebbe essere gennaio.

Peccato che venga ancora buio presto.

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Il lusso del malditesta

La Crociera nei mari del nord?

beh, certo.

La giornata in Spa?

ma magari.

La personal sciopper?

(no quella no, che il Signore me ne scampi)

Allora facciamo la una carta ricaricabile indecentemente ricaricata ( Schiaff To The Misery Card, come dice MiglioreAmica) e una libreria indecentemente ben fornita con annessa caffetteria?

Ohh, sììììì, ancora.

Però ci sono lussi più sottili. Sono nascosti bene nelle pieghe delle giornate, anche se è gennaio, anche se devi mandare via i cv, anche se piove.

Il lusso del malditesta, per esempio.

Il lusso di sapere che è mal di testa da reclusione, e di provare a curarlo con un giro all’aperto sotto una pioggia fine, indecisa se piovere o no, un tempo bellissimo per fare una passeggiata da soli.

Ecco un altro lusso, la passeggiata da soli.

No, non ho detto la spesa da soli, che devi ricordarti cosa c’era scritto sulla lista che hai lasciato a casa vicino al minion canterino, perché hai colpevolmente approfittato dell’assenza delle figlie per fargli fargli cantare BA- NA- NA-AAA-AAAA e ridere come una scema per i fattacci tuoi.

Non ho detto neanche il pomeriggio a casa da soli, che in ogni angolo di casa c’è in agguato roba che vuole essere stirata, o riordinata, o cucinata e tutta sta robaccia chiama con la sua vocina sfinente e finisci per dargli retta, senza neanche accorgertene.

Non ho detto neanche la passeggiata in compagnia, che è tanto bella ma quel bar lì non mi piace ché la barista una volta mi ha dato il dolcificante e no lo zucchero come a dire che son grassa, lì no perché quando avevo 15 anni ci ho trovato il mio primo moroso imboscato con quella del secondo banco, io devo andare in farmacia, vi spiace se passiamo un attimo nella merceria con sempiterna coda di vecchine che cercano una cerniera marròn?

Ho detto la. passeggiata. da. soli.

Piano piano, a guardarsi in giro, senza altre priorità, senza (troppo) guardare l’ora, fermarsi dove vuoi e dove vuoi passare via, mentre piove piano.

E piano il malditesta si distrae e ti accorgi di averlo lasciato chissà dove, forse nei colori del banco della frutta, forse nella panna del caffè solitario, forse lavato via, dalla pioggia.

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Tre (e un giorno)

Passata la buriana, bimba mia,

passata la festa con i minions che volevi e con il casino che ho voluto io, che non ho zii e cugini e appena posso raduno i vostri al gran completo.

passata la candelina a forma di tre su cui hai soffiato, passata la mamma un po’ isterica a preparare tutto,

passata ZiaBella e i suoi salvataggi in corner, passata la Tina che hai deciso che è amica,

passata questa domenica, passate un sacco di cose,

passato il nido, con tanta nostalgia, passato lo svezzamento durato dieci giorni, passati i giorni del biberon,

quelli del ciuccio ancora non proprio,

passati i giorni lunghi con te in braccio e il lavoro appena perso,

passati anche quelli in cui avevo tanta paura di sbagliare con te e tua sorella che probabilmente ho fatto più danno che non a starmene buona e tranquilla.

passato quel mese lunghissimo di gelo dopo che sei nata, chiusi in casa a guardare la neve,

passati i primi giorni a casa con l’influenza che stendeva il resto della famiglia a colpi di febbre a 40, passata la pediatra chiamata d’urgenza perché ti impedisse di ammalarti pure tu,

passata la prima notte insieme, col carosello buffo delle puericultrici pro ciuccio e anti ciuccio che si alternavano e davano direttive ostinate e contrarie,

passata la gravidanza a mandare a ramengo libri e buone intenzioni, e oggi mi chiedo se il fatto di aver aspettato tua sorella con tutti i crismi della futuramammaconsapevole, e te in un susseguirsi di quantescemenze, se questo non c’entri qualcosa con le sue ansie di perfezione e le tue proteste a prescindere.

passata la buriana, bimba mia meravigliosa, passati tre anni, e un giorno.

Quando in ospedale ti hanno tirata fuori e la radio passava gli U2, e l’ostetrica ti ha messa vicina a me perché ti potessi baciare, quello no, non passerà mai.

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l’Infanta legge

Non è esattamente che piove.
Piove orizzontale, è buio alle tre di pomeriggio , dalla finestra Seavessi vede il vento strappare via le ultime foglie ai noci e far vibrare la ringhiera di metallo.
Revoluciòn dorme e sogna i sogni morbidi dei tre anni.
L’Infanta?
L’Infanta legge, a letto, con una piccola lampada accesa.
Legge da quasi un anno ormai, abbastanza da scegliersi i libri da sola, abbastanza da affrontare Harry Potter, abbastanza per essere stata avvistata, un paio di volte, con libri non proprio indicati per la fascia 6 -10.

Sarà tutto questo, ma l’Immagine dell’Infanta con il libro per un momento non è stata tenera e innamorante, ha avuto una sfumatura di inquietudine.

Ha avuto una sfumatura di potere.

C’è potere nell’immagine di un bambino che legge. Si può controllare cosa un bambino guardi o meno in televisione o su un tablet, anche qui entro certi limiti, ma i libri… una volta che i bambini hanno imparato a leggere, non c’è modo di limitare quello che potranno immaginare, quello che potranno pensare. L’interazione con il libro, e se vogliamo possiamo ributtare nel brodo le ossa del buon McLuhan, è qualitativamente diversa – non necessariamente migliore, ma diversa.

Perché i libri sono diversi. Oh, noi genitori amanti della lettura amiamo figurarceli come le porte dorate dell’immaginazione e della conoscenza, ma a volte… ecco a volte sembra, a Seavessi, che ce li figuriamo un po’ troppo carini e coccolosi, questi libri.
Ma non lo sono, o non sono solo quello.

Sono passaporte, i libri, attraverso cui non possiamo seguire i nostri figli. Sono lì, sul divano, accanto a noi, e girano pagine e a tratti sorridono o rabbrividiscono, e sono altrove in un modo struggente che fa venire voglia di abbracciarli per riportarli indietro.
Un bambino che legge è un bambino che ha alla sua portata la malià di essere altrove, di essere chiunque. Avrà gli amichetti di scuola con cui giocare, ma avrà anche altri amici, altri giochi, altri mondi interi a disposizione. E’ un bambino a cui non fa paura una domenica di pioggia, o uno di quegli estenuanti pomeriggi estivi che sembrano durare ere geologiche.

Ma queste cose costano, ed è proprio qui che si comincia a pagare, col sudore (scusate, erano anni che volevo scriverlo).

Il prezzo è uno strano prezzo, si paga in pezzetti di anima. Pezzetti che si lasciano nei libri, quelli che abbiamo amato, quelli che ci hanno cambiato la vita con la loro saggezza, o quello su cui tua madre scrive le ricette, o libri completamente insulsi in cui però brilla, diamante nella sabbia, una frase, un’immagine chissà se volontaria ma che è pura luce, per noi, in un dato momento.
Si paga accogliendo dentro di noi (per poi elaborarlo, colorarlo, amplificarlo, appenderlo alle pareti di noi stessi, sì, ma dopo) qualcosa che qualcuno ha scritto.
In sostanza, pezzetti di anima di qualcun altro.

E’ meraviglioso, è esaltante, e forse è solo il vento fuori che fischia, o l’Infanta che cresce troppo in fretta, ma c’è una sfumatura di inquietudine, come in tutte le cose che veramente ci toccano, in questo potere che ha una povera paginetta di carta riciclata con su inchiostro da pochi soldi, magari rimediata su qualche bancarella o in un’edicola della stazione.

Quella povera cosa… è molto simile a un horcrux (non per niente il primo horcrux che incontriamo è un libro).
Benevolo fin che volete, ma potente.

l’Infanta legge sdraiata sul suo letto, sotto la foto appesa di Labyrinth, nella penombra di un sabato freddo di Novembre.
Chissà dov’è.

Questo post partecipa al blogstorming di Genitori Crescono

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Se facessi i gessetti

Seavessi ha l’impressione di andare fuori tema, ma posto che:

  • non esiste che qualunque cosa in qualsivoglia modo legata al Natale sia fuori tema in questo blog
  • si tratta infine di uso privato di mezzo privato
  • mi viene comodo così

ecco a voi lo spiegone illustrato di come si fanno i gessetti profumati, comparsi su fb e su cui due o tre amiche hanno chiesto chiarimenti; ovviamente si trovano spiegazioni meglio realizzate, più dettagliate, più-tutto sia su Pinterest che sui blog delle creative quelle vere, ma insomma, questa è la Seavessi-spiegazione e il fatto che sia composta di tre passaggi in croce viene ampiamente compensata dalle modelle d’eccezione, che ringraziamo di essersi prestate.

Allora, per fare i gessetti profumati (che si possono poi confezionare e mettere nei cassetti della biancheria, o farci delle decorazioni, insomma vedete voi, sono carini anche da colorare coi bimbi, Seavessi no perché non è capace, ma insomma date voi) per prima cosa andate al Self/Brico/leroy merlin quel che avete vicino casa, e comprate il gesso. Noi abbiamo comprato il gesso ceramico perché la scatola era rosa, costa tipo 3 euro al chilo.

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Dovete poscia procurarvi degli stampini di silicone, noi li abbiamo presi un po’ da Tiger aka la Via della Perdizione un po’ online.

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Seguite le istruzioni sulla scatola, cioè prendete una ciotola che poi potrete usare solo per questo/buttare, e mettete un po’ di gesso e un po’ d’acqua. Sulla mia scatola c’è scritto tipo aggiungere acqua qb, le istruzioni deve averle scritte Ada Boni.

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mescolate vino a ottenere un liquido liscio e un po’ viscidone, ma fate veloci perché tutta la manfrina (incluso versare nello stampo) deve durare meno di 5 minuti che poi inizia a solidificarsi il gesso e ciao ninetta.

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indi versate negli stampo, io per comodità li ho messi su un vassoio rigido con sotto della carta forno per non fare paciuchera.

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Adesso con calma e gesso (hihihi) aspettate 24 ore. NO non potete darci le ditate per vedere se è pronto. Aspettate. Via quei diti. Chiamo Ada neh.

Dopo 24 ore dovreste poter sformare

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et voilà il gessetto finito. E’ ancora un po’ grigino ma schiarirà.

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Se volete fare un lavoro ben fatto conviene, con delicatezza e un pezzetto di carta vetrata fine fine, rifinire i bordi dietro.

Ora se volete potete aggiungere qualche goccia di essenza profumata; io le ho prese in un negozio di botanica:

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Però se dovete farne tante io le aggiungerei all’ultimo minuto, rischiate di impestarvi casa di essenza. Io ne metto qualche goccia sul retro del gessetto.

  • Niente che valga la pena di mettere su Pinterest, ma via, ci ho provato.
  • Oddio Seavessi è arrivata, provata ma viva, alla fine del suo primo post creativo.
  • Come minimo dovrei avere una platea di Minion ad applaudire.

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Cicuta, no grazie.

Quando per la prima volta si è trovata senza lavoro, Seavessi l’ha presa con filosofia.

Un po’ tipo Socrate.

Una volta fatta l’angosciante scoperta che Amazon non vende cicuta, Seavessi con grande serenità s’è informata sui ponti dei dintorni, sulla loro altezza e sulle correnti dei fiumi sottostanti.

Insomma l’ha presa bene, via.

Da lunedì scorso Seavessi è di nuovo a casa.

Sarà l’età.

Sarà l’assenza di tutti gli altri elementi depressi che avevano reso quel periodo un brutto tunnel, di quelli pieni di curve che sai che alla fine c’è la luce, ma non la vedi.

Sarà che ci vuole scienza e ci vuol costanza per invecchiare senza maturità, ma Seavessi evidentemente era portata.

Insomma, Seavessi galleggia su una nuvoletta rosa di incoscienza, aspetta senza ansia l’Intervento del Signore Degli Ubriachi, pensa al Natale e rimesta intrugli che dovrebbero, nelle intenzioni, trasformarsi in ceramica a freddo home made.

E dorme, Seavessi dorme, dorme come non dormiva da mesi nonostante le tossi filiali e i sogni strani e vividi, tornati anche loro come vecchi amici.

Verrà il tempo di muoversi darsi da fare, cercare, colloquiare, ma non è ancora qui.

Ma questo post è dedicato alle Colleghe Sante Subito, senza le quali questo anno pesante sarebbe stato ingestibile.

E’ dedicato a S. con la sua forza e i suoi scleri e le sue ricette, i suoi colori abbinati e gli X-commenti, e forza Mario che sei tutti noi.

E’ dedicato a V. saggia e allegra, che mi ha insegnato tanto e s’è fatta bastare il non-sempre-abbastanza che ho imparato, che ha scritto anche qui e che non mi mancherà perché non la perderò per strada.

E’ dedicato ad A., mamma di un futuro premier, che non ama le smancerie, e allora dirò solo che un giorno di sole, in macchina, abbiamo cantato insieme Rewind, e scusa se è poco.

Ragazze, grazie.

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Settembre

Non sono ancora riuscita a togliere la sabbia dai costumi

ho dovuto etichettare tutte le matite

ieri già si parlava di letterina a Gesù Bambino

le spalle ancora abbronzate, le lentiggini sul naso

l’odore buono dell’inizio della scuola

le mattine già fredde, metti il giubbotto, oddio è piccolo, quanto sei cresciuta?

le canotte che sbucano dai cassetti, mettimi mettimi, il sole è caldo

il riso giallo nei campi e la gnaps che ogni volta che vede un trattore è una festa

il menu di Natale già mezzo fatto, e se ritentassi una pavlova? Anche no?

mi sembra di avere lasciato la spiaggia un attimo fa, sento ancora le onde sui piedi

mettiamo il grembiulino di Peppa? Va che bello il grembiulino di Peppa, non piangere gnaps, non piangere.

prima che tu te ne accorga sarà ora di fare l’albero, mamma già pensa alle decorazioni nuove da fare

Settembre bambine, è il mese che i pensieri vanno in altalena.

Non è bellissimo?

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ll giorno più lungo

10 Settembre 2014

Oh, lei è la maestra dell’Infanta? Ma tanto, tanto piacere, io sono Seavessi. Sì, siamo molto emozionate, non vediamo l’ora di iniziare questa nuova avventura, certo, aspetto con ansia di conoscere tutte le varie iniziative in cui sono coinvolte le famiglie, io e mio marito teniamo molto a collaborare con le insegnanti e la scuola.

Oh, così saresti TE. Parliamone. Io davvero non me ne faccio una ragione, perché non posso continuare a mandarla dalla tata A. che ci vuole tanto bene e ci capiamo a momenti senza parlare, e devo buttarmi senza salvagente in questo tuo delirio di quaderni col bordo di 1267 psiconanometri bordati di verde-coda-di-fenice-in-volo se no non vale, compiti nel we come non ne avessi già basta dei miei, inglese come non fosse abbastanza averla allevata a pane e Freddie Mercury?

Ah, per crescere dici? Lo so, non hai torto. Io ti difenderò a spada tratta, ti porterò e insegnerò a portarti (non è poi la stessa cosa?) rispetto, e mai e dico mai uscirà dalla mia bocca una parola contro di te davanti a mia figlia.  Ma c’è anche la me che vive in un posto più profondo della testa e del cuore, che sa che tu, a un certo momento, giudicherai mia figlia, perché è il tuo lavoro. e la tratterai come tutti gli altri, perché è il tuo lavoro, e giudicherai di conseguenza anche me e il sangue le lacrime e il sudore di questi sei anni. Giudicare la mia principessa delle nevi, ma COME OSI? Trattarla come gli altri bambini, ma non lo vedi che lei è preziosissima e speciale e fragile e forte e tu che ne sai di me e di lei, tu coi tuoi quaderni quadrettati per solutori più che abili, e i tuoi astucci a tre strati e due cerniere e quattro dimensioni? C’eri, tu, quando abbiamo visto Labyrinth per la prima volta,  e lei ha detto _mamma, ma che bella musica? C’eri quando ha fatto tre ruote di fila al saggio di danza, perfette e senza sbagliare?  C’eri tu quando preparavamo la zuppa di drago d’inverno?

No, non segnarmi nel foglio delle mamme pazze, sì, lo so che ce l’hai da qualche parte, sotto un titolo falso come quando si segna sul cellulare il pin del bancomat sotto la voce Maria Rossi. Io ti sorriderò, e verrò ai colloqui, e farò fare i compiti, e se vorrai preparerò torte per Natale e addobbi di carta crespa e sarò, credimi, la più gentile delle creature. La gentilezza è una dote infinitamente superiore alla sincerità.  Ma sappi, e tieni conto, che sono spaventata, e lasciare andare quella manina ormai non più pacioccotta è difficile,

almeno quanto è indispensabile.

Fammi un sorriso anche tu, e andremo d’accordo.

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Ciao cara, sono così felice di rivederti, ormai qui all’asilo siamo di casa… sì ecco, questa è Revoluciòn, la sorellina dell’Infanta, che bello che sia nella tua classe. Come sempre, mi raccomando, per qualsiasi cosa chiama senza farti problemi, e dimmi, già idee per la Recita di Natale?

Son qui da 3 minuti e già mi manca la tata A. Proviamo a parlarne.

Ti sto affidando Revoluciòn. Già il nome dovrebbe suggerirti che non sarà una passeggiata di salute su un sentiero di primule in fiore. E’ come dire che ti sto affidando una tigre delle nevi, un’orchidea selvatica, il rumore del vento d’autunno.

Vorrei così tanto che tu ne facessi una bimba più “maneggevole”, ma in effetti ecco, non lo voglio affatto. Voglio che impari il compromesso, ma non voglio che smetta di dire con la serenità e l’inamovibilità di un monaco tibetano IO NON VUOLE. Voglio che diventi una bimba un pochino meno spigolosa, ma non sono disposta a rinunciare a niente del temporale che ha negli occhi.

Ti affido la mia Tempesta Perfetta, e non so se ti ricordi il film, ecco, noi insieme dovremmo fare in modo che qualcuno (almeno George, dai) si salvi, senza togliere alla Tempesta la sua Perfezione. Senza togliere il rumore delle onde e l’odore dei lampi.

Una roba da nulla, via. Poi se ci avanzano cinque minuti vediamo di sistemare quella noiosa faccenda della pace nel mondo.

Va beh ok, che recita fate a Natale?

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