Sette

Stamattina sono uscita che dormivi ancora,

mia incomprensibile, remota principessa elfica,

miei occhi di nebbia, mie guance da giovane vittoriana innamorata,

miei capelli da fiaba e mio pigiama con i pirati,

tu così evidente e misteriosa, precisa e infinita,

mio biondo nastro di Moebius,

che mi hai insegnato che non so niente, ma anche se non so niente ce la caveremo lo stesso benissimo,

che mi metti davanti ogni giorno, con la costanza di un delenda Carthago, che la donna preoccupata che sua figlia impari l’autonomia, l’indipendenza, e a montare la libreria billy da sola, che si preoccupa di pontificare che non esistono giochi da femmine o da maschi e che cerca di convincerti a fare qualche lezione di programmazione,

e la belva che annusa sottovento una possibile minaccia al suo cucciolo e desidera solo azzannare l’intruso alla carotide e leccarne voluttuosamente il sangue infido, finalmente in pace con il mondo fino alla prossima minaccia,

ecco, ma magari queste due cose fossero divise da un filo sottile,

il più delle volte cammino con un piede di qua e uno di là, e saltello da una parte e dall’altra secondo variabili fragili e scivolose.

Mio amore delicato e feroce, mia tendenza all’infinito,

mia piratessa dei sette mari che i mari li hai dentro, e sono trasparenti e pericolosi e finora non ne abbiamo navigato che poche onde,

mia saggia, riservata, allegra, entusiasta meraviglia,

mia Infanta,

buon compleanno.

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A ben pensarci

A ben pensarci era ora di una rinfrescata al look del blog.

Così come se facessimo finta di credere che sia un blog vero

A pensarci ancora meglio, è ancora più bello che l’immagine sia un regalo.

Di un’amica

a- così cara, ma così cara.

b- così “io ti dico cosa vorrei, ma poi tu non fare quello che dico, fai quello che penso, ecco esatto, proprio quello!”

c- pescata con una fortuna incredibile nel mare magnum della Rete, dove non sembra eh, ma se si ha pazienza, se non si sbraita, se non ci si fa portare troppo dalle onde si pescano amici bellissimi.

A ben pensarci, Seavessi sta pensando tanto in questi giorni freschi di aprile,

pensa di non avere un brutto carattere, ma di avere UN carattere, il suo, e di averne il diritto, posto che non è meglio né peggio di tanti altri

pensa che chissà se i due cespi di Freddie Mercury fioriranno, uno ha un bocciolo, l’altro, sembrava il più vispo, ora sembra che abbia il blocco dello scrittore.

O il blocco del cespo.

Ah, sti lapsus, Seavessi…

Seavessi pensa che questo nuovo lavoro la mette a contatto con più cose di quel che pensava, e non parla solo di detergenti e spazzoloni,

pensa, Seavessi, di aver perso negli anni un po’ di scorza, eppure, dicevano il contrario, che con gli anni le cortecce si induriscono e le armature si temprano, e invece boh.

Forse perché è inutile mettere l’armatura per andare a fare una passeggiata nei prati, può darsi che becchi un’ortica, ma poi passa.

Pensa, Seavessi, che ridendo e scherzando, in sordina come tutti i cambiamenti grandi, ha iniziato una pagina nuova, e magari fosse solo da leggere, è tutta da scrivere.

Coraggio Freddie uno e Freddie due: talent will out, my dear.

PS a Chiara vanno i miei ringraziamenti di cuore per la sua bella mano, i suoi meravigliosi colori e… per essere Chiara.

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Nel buio

_allora, la borsa, il grembiule, i guanti di gomma azzurri, l’acqua, la lista della spesa che domani viene Amichetta a cena..

_AH-AHHHHHHHHHHHHHHHHH t’ho beccata veh! Cosa fai così ilare e citrulla?

_Vocina ma basta. Estinguiti. Se no Chiara fra un po’ smette di risponderci al telefono. Abbiamo deliberato che sei utile come un dente del giudizio di traverso.

_ Son quasi quarant’anni che sto qui, hai presente che radici che ho? Sai prima di estirparmi quante ne devi mangiare di pagnotte?

_Una risata ti seppellirà. La mia.

_Sì, sì, vedremo. E così andiamo al lavoro.

_IO ci vado. Quando questo post si autopubblicherà avrò preso servizio da 1 minuto. Tu torna in qualunque sgabuzzino puzzolente sia la tua fissa dimora.

_Come non mi porti? E chi ti ricorderà la carriera che non hai avuto, i riconoscimenti che non sono arrivati, i sogni di gloria del primo giorno di università?

_ma proprio perché mi ricordo tutto, Vocina, non ho bisogno di te. Vado a fare una supplenza da collaboratrice scolastica. No. Da bidella. Bidella Rocks. E sono felice come un merlo, perché_

_dai, dai, sentiamolo per ché sei felice.

_perché stamattina non ho avuto mal di stomaco, ho visto i boccioli delle rose, ho pettinato le bimbe. E ieri sera. Ieri sera, prima di addormentarmi, nel buio, sorridevo.

 

 

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Peter Minus

Sarebbe stato meglio, Peter, nascere senza quell’istinto sicuro per le persone.

Per le persone migliori di te, ovviamente, per le persone con quel guizzo, quella scintilla, la luce dietro gli occhi, così diversi dal tuo quieto scorrere.

Sarebbe stato meglio per tutti – o certo per te, noi ci saremmo persi una saga in sette volumi che ci ha cambiato la vita, se anche ora ci sentiamo un po’ più nerd di quel che vorremmo.

E invece no, l’unico dono che ti sentivi chiaramente nella pelle era quello, il modo impietoso in cui vedevi la tua mediocrità, e la lucidità con cui vedevi lo splendore degli altri.

E per quanto tu sia stato felice e incredulo di essere uno di quei quattro, ti sei sempre svegliato, ogni giorno, con il pensiero che fosse tutto un bluff grandioso.

In realtà hai fatto finta di crederci, così come loro hanno fatto finta di includerti, e come avrebbero potuto fare diversamente?

Ma non gliene fai una colpa, non fossero stati loro sarebbero stati altri, perché quello a cui non sai rinunciare, neanche ora, è cercare di stare intorno  a chi senti più bravo, a chi senti che ti possa insegnare qualcosa, e nemmeno per affetto.

Non sei mai stato affettuoso, ma sei stato sempre, ed è un’altra delle tue maledizioni, curioso.

E hai sempre ispirato confidenza, perché le persone brillanti che tanto ti piacciono amano gli specchi, amano il tuo sguardo aperto e ammirato, amano la riconferma del loro essere speciali – conferma che non può esserci se non per contrasto.

E siccome non sei nemmeno affettuoso, cosa che forse avrebbe un poco temperato la tua ricerca di luce, come fossi una pianta, hai sempre visto con molta chiarezza che Sirius e James erano splendidi e stronzi, e Lupin affascinante e sfuggente ed egocentrato.

Non li hai traditi per questi difetti, non erano mica peggio dei tuoi, li hai traditi per un’altra inclusione illusoria, per l’unica volta che hai avuto potere su di loro, ma questa è un’altra storia ed è anche abbastanza casuale, sarebbe bastato cambiare una virgola e saresti rimasto il più fedele degli amici  – no, dei seguaci.

Ma prima, Peter, prima.

Prima chi vedevi nello specchio?

O non ci guardavi, per paura di vedere il riflesso di un riflesso?

Sogni ancora di notte quel momento, l’unico momento tuo davvero, quando il Cappello aveva gridato GRIFONDORO?

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Quel momento

Quel momento, in cui sei nel bel mezzo che stai cercando di farti andare bene che le cose non sono andate come prevedevi a 20 anni,

che fa troppo caldo per la giacca che hai messo, e se la togli però c’è lo spiffero

che senti che stai facendo giusto, eppure molte voci fuori e dentro (più fuori che dentro, è per questo che sai che stai facendo giusto) strillano e lagnano che è sbagliato, e non è giusto affatto, e gne gne gne

che invece tu vorresti abbracciare la tua, di mamma, e dirle che è tutto ok e che se anche ce ne metti le cose alla fine le capisci

che capisci che tua sorella è giovane e saggia, e equilibrata come tu non lo sarai forse mai

che fa caldo l’ho già detto?

che torni a casa dopo una giornata bella ma un po’ impegnativa,

visto che per te qualunque novità necessita un tempo di decantazione che oscilla fra gli 8 anni e i due secoli.

Quel momento che finalmente arrivi a casa, e vedi le tue due stelle che giocano, e sì, sei sicura,

e la tua Revoluciòn tascabile ma non meno potente ti corre incontro, e ti salta in braccio,

 

 

e con le amabili ditine ti spalanca la bocca a viva forza per vedere se dentro c’è una caLamella abusiva.

 

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Occhi negli occhi

Cara Infanta,

mi dispiace, sai, che in questi giorni “non ci prendiamo”.

Sei così piccola ancora, ma non sei più la mia bambina con le manine pacioccose. No, non è vero, lo sarai sempre, ma sei già di più, sei già anche di più.

E non è colpa tua se dietro quello sbuffo quando ti ripeto qualcosa per la tantiliardesima volta io vedo l’ombra dell’adolescente che sarai, e non è colpa tua se non capisci quando mi viene il magone e ti chiedo _ma tu mi vorrai sempre bene? 

E non è colpa tua se non capisci che dietro quella domanda scema, che non dovrei farti, c’è una mamma raffazzonata che ha tanta paura di non essere alla tua altezza, che dovrebbe darti ali e radici come nella migliore tradizione delle frasi su facebook, e invece è grasso che cola se si ricorda che giorno hai ginnastica.

Non solo non è colpa tua, non è proprio compito tuo capire; perché tu dietro quegli occhi di nebbia sei ancora la mia bambina, e quell’adolescente, quella giovane donna, ancora non la conosci.

Però è già sul treno, amore mio.

Le prepareremo una torta e l’aspetteremo insieme.

Intanto stasera ci regaliamo una notte insieme nel lettone, ci leggiamo le storie di pirate, e ci addormentiamo sognando di bandiere col teschio, tempeste e arrembaggi.

Occhi negli occhi.

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5 cose che l’Infanta e Revoluciòn impareranno

…anche se Seavessi dovesse stremare il suo mononeurone nell’impresa.

1- Per favore

Non va più di moda dire per favore, in fondo perché questa formalità, basta un sorriso, una faccina su uotsapp, anzi guarda, non stiamo lì a perderci del tempo, facciamo che io ti chiedo e tu mi dai. Possibilmente in fretta, possibilmente quel che esattamente mi serve e col minimo sforzo da parte mia. Lo sforzo tuo poco mi interessa.

Ma anche no. Seavessi fa parte di alcuni gruppi fb in cui ci si scambiano consigli di cucina. Sempre più spesso legge cose tipo Ricetta del tiramisu??????? dove il per favore è evidentemente stato sostituito dalla sovrabbondanza di punteggiatura, e ripeto, ma. anche. no. Non importa con quale mezzo si stia comunicando, se si chiede qualcosa si dice per favore. Credetemi figlie mie, quel secondo e mezzo che risparmiate a non dirlo vi costa più di quel che guadagnate.

2- Grazie

Se è vero che i bambini imparano soprattutto con l’esempio, è vero anche che l’esempio in certi casi va rinforzato. Anche se ci si sfinisce. Anche se vi capita, certe sere che siete stanchi, di passare il sale a vostra cognata e chiederle distrattamente “come si dice?”. Anche se tutto ciò è formale e noioso. Oggi formalità è una brutta parola, evoca burocrazia e bizantinismi, ma esiste la formalità buona, la formalità modello base, che è quella che ci consente di arrivare a fine giornata senza che alcuno dei nostri simili cerchi di stirarci con la macchina. Dire Grazie è necessario, chi non lo fa fa brutta figura. Certo nessuno si metterà a dare del maleducato a un bimbo che non lo dice, ma lo stesso bimbo, così carino e spontaneo, dopo un po’ si evolverà in un adolescente scontroso e antipatico, e sarà meglio che un minimo di regole base le abbia introiettate, se no è un attimo diventare uno di quegli adulti impossibili di cui ci lamentiamo oggi.

3- Scusa

Questa è difficilissima. Non si può insegnare ripetendolo allo sfinimento come i due punti precedenti. Bisogna saperlo dire. Bisogna dirlo bene, non come Fonzie, bisogna togliere tutto il carico da undici che ci pesa addosso quando dobbiamo ammettere di avere sbagliato. Imparare a dire scusa a un altro in realtà è il secondo passaggio, ed è il più facile. Il primo è imparare a dire scusa a noi stessi, lo so che hai sbagliato Seavessi, tutti sbagliamo, scusa se ti sto ricordando tutti gli errori commessi dalla prima elementare in poi. Sono solo una stupida vocina e ti chiedo scusa per averti fatto pensare che sbagliare sia tremendo e imperdonabile. Gli errori capitano, si possono ammettere, ti chiedo scusa, ora va’ e chiedi scusa alla persona che hai ferito. Lo so, non l’hai fatto apposta, scusati lo stesso e digli

4- Ti voglio bene.

Ditelo sempre, se volete bene a qualcuno ditegli pure ti voglio bene. Chiaro che ci dovete mettere un poco di cognizione, non fare come quando mamma l’ha detto al benzinaio dopo che avevi fatto il primo pieno di gpl (17 euro, sì capite, gli voleva bene). Ma ai familiari, ai vecchi amici, anche a quelli nuovi se sentite che ne hanno bisogno, e soprattutto se è vero, ditelo pure. Si parla tanto di amore, ma l’affetto è altrettanto potente. Poi se ci pensate, è bellissimo: ti voglio bene, voglio il tuo bene, voglio che tu stia bene, ti auguro ogni bene. E’ bellissimo. Il mondo ha tanto bisogno di questo tipo di pensieri. Spargeteli in giro come semi, ne spuntasse uno su cento avreste comunque fatto un buon lavoro.

5- A parlare e a stare zitte

La più difficile di tutte. E’ verissimo che un bel tacer non fu mai scritto, e in generale a Seavessi piace molto questa anglofona massima:

Questo perché purtroppo si tende a fare passare sotto una malintesa sincerità certe aggressioni verbali belle e buone. Se vostra sorella esce dubbiosa da un camerino di prova con un vestito che sembra tirato via da il mio grosso grasso matrimonio gipsy, e con fare perplesso vi chiede che ne pensi, potete onestamente dirle che sembra la Madonna di Oropa con la scollatura di Belen. Se una collega con un sorriso a 32 denti e sprizzando gioia vi chiede cosa ne pensate del suo primo tentativo di maglione fatto a mano, voi figlie mie guarderete quella cosa beige e informe, sorriderete e le direte sei stata bravissima, è davvero carino! Perché la collega è felice e orgogliosa, il maglione non ve lo dovete mettere voi, e non c’è proprio bisogno di essere sincere. La gentilezza è spesso molto meglio della sincerità.

L’altro lato della medaglia è parlare. Figlie mie, dovete imparare a scegliere le vostre battaglie. Alzatevi e parlate per quello in cui credete – ma quando lo fate, fatelo con cognizione. Se sarete ambientaliste, non traete le vostre convinzioni fondanti dal blog miacuginalavoradanaturasì.com. Se volete abbracciare una causa, documentatevi, e poi parlate.

Parlate quando è giusto farlo, quando chi vi è intorno tace per comodità, parlate se ci tenete, parlate se ci credete. Parlate e soprattutto, vi prego figlie mie, parlate con ME. Io giuro, farò del mio meglio per fare lo stesso con voi.

E ultimo ma non meno importante, imparate l’arte gentile della chiacchiera (non del pettegolezzo). Imparate a parlare di sciocchezze senza infervorarvi ogni 5 minuti e senza necessariamente e inevitabilmente portare il discorso su temi controversi quando non è il momento né l’occasione per farlo. No, la prozia Sigismonda non è interessata al modo in cui vi siete fatte il piercing alla lingua, chiedetele della fioritura delle sue forsizie invece, e passeremo tutti una giornata migliore.

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I want it all

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, Seavessi non ascolta volentieri i Queen. Per farli mettere su in macchina l’Infanta deve insistere un bel po’, mettendo a tacere l’amore folle per Mika di sua sorella e l’inesplicabile resistenza materna.

Eppure Seavessi aveva la cameretta che praticamente era un santuario, è incredibile quanto marketing riesca a entrare in una stanzetta minuscola con una parete occupata dall’armadio e una dalla finestra, e c’era una foto incorniciata, una foto color seppia, su cui Seavessi ha chiuso gli occhi per un bel pezzetto di adolescenza.

Così, perché deve faticare tanto, l’Infanta?

Seavessi se lo chiedeva ieri appunto in macchina, dandosi un po’ della cretina, e cedendo infine alla pressione filiale.

 

(siparietto)

Seavessi ulula indegnamente sul ritornello di I want it all

_mamma che bella questa canzone, cosa dicono le parole?

_mmm… una cosa tipo voglio tutto e lo voglio adesso.

_…

_…

_ un po’ come Revoluciòn, no mamma?

(fine siparietto)

 

Ispirata da I want it all, ieri sera Seavessi – con i suoi tempi eh, vurìa mai che precipitiamo le cose, CALMA – E – GESSO, si è sentita pronta dopo giusto quei due o tre lustri ad ascoltare il nuovo cantante  (con l’aiuto e il supporto delle amiche per cotanta impresa).

Non male.

Ragazzo di carattere.

Qualcosina addosso di George Michael, non tanto da dar fastidio ma un po’ sì.

 

E quindi?

Seavessi stamattina ha benissimo presente perché non ascolta volentieri i Queen.

A Seavessi è partito un delirio onirico da ridere in faccia a Bunuel e da spernacchiare Joyce (flusso di coscienza COSA? Giovane, ne hai da mangiare di pagnotte).

In quei sogni vivi e leggeri delle ultime ore della notte, Seavessi era a Londra, era giovane e cretina e piena di problemi importantissimi e inutili, e Londra era la città magica che nel Seavessi pensiero è una specie di Diagon Alley (che è anche il motivo per cui Seavessi sogna di tornare a Londra ma non lo fa, per non sentire rumore di ricordi infranti).

E quando si è svegliata e si è trovata in mezzo a oneri e onori attuali, amabili e amati, a Seavessi è sembrato di dover passare in tre minuti da 16 a 37 anni, e non era pronta.

Il risultato è che stamattina una Seavessi più ondivaga del solito è andata a discorrere amabilmente coi due cespi di rose Freddie Mercury, e per fortuna il tempo è brutto e il vicino era chiuso in casa, e sente (Seavessi, no il vicino, il vicino non si sa ma ha un Paperino di gesso in giardino, non sta benissimo nemmeno lui) la mancanza di quella cameretta raccolta e monotematica, diciamo pure un filo monomaniaca. Un filo.

E della tizia che ci abitava, per cui Londra era reale, che aveva problemi enormi e inutilissimi, e che pensava, in definitiva, che tutto sarebbe stato possibile.

Più simpatica della sua omologa attuale, che tanti giorni sente che le cose possibili siano pochine.

 

Tutto questo sbandamento emotivo per i Queen? Sì.

E io che pensavo che invecchiare sarebbe stato un sollievo.

 

PS questo NON è un post sponsorizzato. Ma in da domani al cinema, per tre giorni, danno il Live in Montreal. Se qualcuno ci va, sci vada un po’ anche per me. Grazie.

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… e i pirati.

_famiglia, famiglia!!! Venne infine marzo pazzerello che spunta il sole e apri l’ombrello, che c’è la fiera di San Giuseppe dove comprerò piantine aromatiche destinate a una triste e lenta agonia, che si esce con la giacca leggera e ci si prende un coccolone come ridere! Famiglia, sii lieta, è ora di pensare alle vacanze!

_Seavessi, se serve a schiodarti dall’umore tetro e fastidioso che porti a spasso prenotiamo anche quelle dei prossimi 5 anni. Dove andiamo?

_MaritoNP sono tre mesi che l’Infanta disegna l’albergo dove eravamo lo scorso anno, siamo stati bene, che dici, torniamo lì?

_uhm, mah, tu scrivigli.

scrivscrivscriv

_mmmh. Però. E se cambiassimo meta?

_sì sì papà evviva, che bellissime idee che hai, andiamo in un posto nuovo, evviva!!!

_eh, vero Infanta? Andiamo in un posto nuovo, è la mamma che non cambierebbe mai!

_sì uffa mamma, CAMBIAMO!!!!

_eh. E dove volete andare?

_(trionfali, guardando la coniuge/genitrice con aria di festosa aspettativa) NON LO SAPPIAMO!

_Ah ecco. (ci prova) tentiamo il Sud?

_ah… mah… bah… lontano… non conosciamo… ad agosto fa caldooohhhh… non si toccahhhh….

_MaritoNP che hai bellamente caricato di aspettative una seienne innocente ma che si ricorderà ogni tua parola nei secoli dei secoli e poi ancora un po’. Davvero ti aspetti che IO trovi un posto non troppo a nord e non troppo a sud e non troppo caldo ad agosto ma al mare e con l’acqua bella ma che si tocca? Ti ricordi che IO sono quella che per mesi ha creduto che Casoria fosse in provincia di Bergamo? Ti ricordi che le mie conoscenze geografiche sono all’incirca VICINO – LONTANO – CI VA L’AEREO – CI ABITA CHIARA – CI CRESCONO LE ARANCE?

-Ah… la fai lunga… andiamo… toh, nelle Marche, o in Abruzzo.

_No, la risposta giusta era Non preoccuparti amore, penserò io con grande spirito organizzativo a far quadrare tempi aspettative e budget risibile.

_Oh, andiamo, in queste cose SEI PIU’ BRAVA TU! Suvvia, digita, gugola, imaila e trova un posto con la spiaggia inclusa.

_Spiaggia inclusa.

_E acqua bassa, che si tocchi. Bandiera blu.

_Mamma però con la sabbia, da fare i castelli. E il letto a castello, mi raccomando!

_e vicina al mare che non ci sia da fare i chilometri per andare a pranzo.

_eh, e possibilmente a otto stelle e con Barbieri in cucina e che costi come un campeggio. Revoluciòn te cosa ci vuoi nella vacanza?

_(alzando il naso da Giulio Coniglio e il Pipistrello) io voglio I PIRATI.

_… e i pirati.

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Se ne vale la pena.

…e allora, quanto tempo, come andiamo? Non ci son più le mezze stagioni, a marzo il sole è meglio non fidarsi, si stava meglio quando si stava peggio!

Vocina. Eccheppalle. Speravo di averti abbandonata in autostrada.

 Ma io la strada la ritrovo sempre. Cosa credi, trenta e fischia anni di esperienza. Allora, ne parliamo?

No Vocina. Non ne parliamo.

 Oh sì che ne parliamo. Si può sapere cos’è sta novità? Cosa ti credi di fare, proprio ora che stai tagliando cose inutili che sembri Edward Mani di Forbice dopo otto caffè?

Vocina, basta.

 Eh no, sono arrivata e ora faccio quel che devo fare!  Sono anni che cincischi con sto blog,  un po’ lo tieni un po’ lo molli, e sei velleitaria come al solito. Su Wiki alla voce Wannabe c’è la tua foto. Niente ne hai mai cavato, e niente ne caverai visto che gli dedichi i ritagli dei ritagli dei ritagli di tempo.  Poi se vuoi parliamo di come ti muovi nel blogmondo che anche lì ne ho da dire. Anzi lo dico, in tre parole, NON SEI CAPACE.  Sarebbe ora di lasciar perdere, non di fare pasticci.

Vocina, per piacere. Mi hai convinto negli anni a fare le peggiori scemenze. Sei la responsabile del mio orribile taglio di capelli post Revoluciòn che ancora ne pago lo scotto. Non hai chissà che meravigliose referenze, sai?

 Ingrata! Io sono la Voce del Buonsenso! E tu sei una sprecona, sprechi soldi in riviste di cucina che tanto non cucini, sprechi tempo con quel ridicolo filo di trucco anche se non devi uscire, sprechi energie facendo Dracula in giro per casa mentre è arrivato un geologo del National Geografic a fotografare la cesta della roba da stirare. E sto qui fin che non ti convinco che non ne vale la pena, e che devi smettere con queste cose inutili e occuparti delle COSE VERE!!! Insomma!

Sarebbero, le cose vere?

 … oh, beh….

Vocina, basta. Il blog è il mio giocattolo. Sarà un giocattolo da poco, sarà fatto coi ritagli dei ritagli dei ritagli, ecco, è un blog patchwork, embè? E’ il mio; e LUI, almeno, non mi ha mai convinta che era una buona idea tagliare i capelli lunghezza spalle che sembravo un fungo postnucleare. Quindi lasciaci in pace. Se vuoi parlare di cosa vale la pena, ecco, tu non mi hai mai detto UNA cosa che valesse la pena essere ascoltata. Pussa, Vocina.

No! Pussa niente! Sei sempre lì che ti fai influenzare dagli altri, che se vanno a buttarsi nel Sesia ti butti anche tu!

E vorrà dire che faremo il bagno insieme. Sparisci Vocina, non vali la pena.

 

PS da un paio di giorni il blog ha cambiato indirizzo, è diventato seavessitempo.com. Con tutti i ringraziamenti del caso a Lara, Sterminatrice di Vocine.

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