Pomeriggio, sole.

E’ possibile voler bene al proprio non essere speciali?

E’ possibile riconoscersi, finalmente, di non avere talenti particolari,

non dico autodefinirsi dei cretini, al contrario,

ma prendere coscienza della propria medietà,

scoprirla avvolgente e fresca e ammantata di sollievo come l’ora dell’aperitivo in spiaggia?

Seavessi giorni fa ha letto questo post, bellissimo, di Chiara.

E la domanda finale,  “E se fosse proprio il senso del limite che dobbiamo tutti riscoprire?” le gira in testa.

E se oltre al limite della nostra libertà, definito dalla libertà degli altri, fosse possibile riconoscere i nostri limiti, senza portarci rancore per non essere fuochi d’artificio ma quiete candele (che pure fanno luce, e servono anche loro).

E pur cercando sempre di migliorarsi, di aprirsi a nuove idee, di essere consapevoli e partecipi, fosse possibile perdonarsi se la sera allunghiamo la mano verso il controverso saggio ma con scatto felino essa si sposta verso il Nero Wolfe?

Non crogiolarsi nei propri difetti, ma dire senza imbarazzo non riesco, mi aiuti, non so, me lo spieghi? O perfino no, guarda, ora no, ci sono le repliche di Castle?

Non sarebbe bello, non sarebbe come togliersi le scarpe e camminare un po’ sulla sabbia?

Non sarebbe bello spegnere ogni tanto quel ritornello in testa che dice di fare di più, di fare meglio, che non è abbastanza, che non è mai abbastanza, che tizio fa di meglio e caia fa di più e sarà sempre così in eterno e così sia?

Solo per un po’.

 

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Portare (non solo) i bambini

Il tema del mese di GC è il babywearing, in italiano portare i bambini, in mammese “le tizie strambe con le fasce colorate”.

Seavessi quando l’ha letto ha avuto un attimo di rigetto. C’aveva provato Seavessi, quando l’Infanta era una robina e le scale da fare erano tante, aveva comprato una fascia con cui un paio di volte ha cercato di farsi del male fisico, poi è finita in un cassetto, poi boh, chissà, nel dimenticatoio (ma chi dimentica davvero?) delle tante tecniche materne che Seavessi non è riuscita ad applicare.

La differenza, rispetto a tante altre idee sfiorate e accantonate, è che Seavessi avrebbe voluto portare, e infatti ha usato il marsupio finché l’Infanta non ne è scoppiata fuori – era sette anni fa, i discorsi sui danni del marsupio erano in fase embrionale, di fasce ancora si parlava come di alternative carine e un po’ fricchettone. A leggerne oggi, a leggere informazioni date in modo competente, a leggere, molto onestamente, che non tutto si può imparare su youtube e per imparare una tecnica giustamente può essere utile che qualcuno te la insegni, Seavessi pensa che forse ci sarebbe riuscita, con un po’ di pazienza, con un po’ di fiducia che non ha avuto.

E allora perché Seavessi ha avuto il rigetto?

Perché nella sua testa il babywearing si è accomunato alle tante crociate ecoqualcosa per le quali le mamme si sterminano moralmente (ma prima o poi arriveremo alla fase fisica) sul web.

Volete provare il brivido della lapidazione virtuale? Andate in un gruppo di mamme a caso e scrivete “a me allattare non è piaciuto per niente”. Se ne uscite vive, perché quel giorno lì erano tutte a non-vaccinare i bambini, potete sempre calare l’asso e scrivere “Estivill” in una frase a caso. Seavessi s’è fatta 20 anni di stadio, ma pur avendo al suo attivo una certa dose di commenti sulla moralità delle antenate di arbitri e giocatori una ferocia del genere non l’aveva conosciuta, prima.

Cosa c’entra questo col portare.

C’entra che ci vuole un villaggio per crescere un bambino, ma anche per crescere una mamma.

C’entra che anche le mamme, soprattutto le neomamme vanno portate.

A volte noi mamme di bimbi un po’ più grandi perdiamo la prospettiva, ci dimentichiamo quello smarrimento, quella voglia di fare il meglio e quel timore di fare danno. Per fortuna che ce ne dimentichiamo, o non esisterebbero i secondogeniti.

Ma le neomamme sono esposte, vele aperte a ogni bufera, e vanno portate. Non nel senso di guidate, ognuna con un po’ di calma troverà la propria particolarissima strada per la maternità, ma tenute strette, con amore, quando si presentano all’onor di qualche social e fanno la domanda che ci fa sbuffare, been there done that, e ci fa (magari con le migliori intenzioni) tirare fuori una risposta perentoria.

Ci sono temi che andrebbero affrontati con umiltà e delicatezza, e sono proprio quelli in cui riusciamo a farci di più del male nel tentativo maldestro di difendere una o l’altra tesi, concentrandoci su una teoria invece che sulla singola mamma e bambino e storia che abbiamo davanti.

Ma le mamme vanno portate, dal loro villaggio. Con dolcezza, informazioni o corrette o si evita di darne, senza giudizi alla usi i pannoli usa e getta il mondo finirà per colpa tua.

Prima che a furia di grandi verità urlate venga loro il rigetto.

 

 Questo post partecipa al blogstorming di Genitoricrescono

 

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Oddio la Bio (grafia)

Sono quasi le 5 di mattina,

(questo post però lo programmo per più tardi se no è proprio patetico)

Seavessi muore di sonno con gli occhi ostinatamente aperti da un’ora e mezza, per cui non è che quanto segue sarà un limpido esempio di brillante logica condito di frizzanti arguzie e facezie.

Seavessi sta partecipando a un’iniziativa, progetto, fate voi, che si chiama She Factor. E’ un percorso di personal branding, che a Seavessi sembra un filo più in là delle sue possibilità sia personali che blogghistiche, ma fa niente, se si impara va sempre bene.

Il compito di questa settimana è sulle bio, laddove la bio è dire, in dieci righe, chi siamo, da dove veniamo, dove stiamo andando, quando stiamo facendo, c’è grossa grisi, grosso egoismo, miagoliamo nel buio.

Ovviamente partendo dalla lettura di bio ben fatte, di She che abbiano il Factor.

Seavessi ci ha sbattuto contro il naso come d’inverno contro le porte a vetri.

Io non lo so quando sto andando e dove sto facendo,

sono le 5 di mattina, miagolo nel buio,

e penso che non ho fatto niente di interessante, o se l’ho fatto non me lo ricordo, o se me lo ricordo non mi sembra comunque che valga la pena di metterlo in una bio.

Perché in sostanza, perché dovrei fare personal branding? Sono un’impiegata. Anzi ora sono una casalinga  si spera temporanea ma chissà, in lotta con l’alone sul lavello di inox.

O forse voglio essere altro.

Sefacessi altro, da grande.

Da grande quando, aspetta ancora un po’ neh, con calma e gesso mi raccomando.

Ma poi smettila che se non sai cosa scriverci è segno che neanche dovresti star lì a farlo.

Mamma che sonno.

Faccio un’altro caffè.

Manca ancora un bel po’ prima che si sveglino le bimbe.

Quanto mi piace scrivere pensieri informi alle 5 di mattina,

Forse questo dovrei metterlo nella bio.

 

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Metti, fai, disfa.

Pensava, Seavessi, di essere l’unica a trovare che lo spot della Mellin fosse un’istigazione alla violenza; in fondo Seavessi è sofistica e già solo quel “bagnAtto” basta a farle venire il prurito in mezzo alla schiena, sì proprio lì dove non ci arrivi. e ti strusci sul muro come i gatti per farlo passare. Voi no?

Ah.

E come fate voi?

Va beh. Comunque da qualche chiacchiera on e off line è venuto fuori che no, non è (solo) l’insita puzza sotto al naso di Seavessi, quei pochi secondi tirano fuori istinti omicidi a un sacco di mamme.

Seavessi se n’è un po’ stupita, perché in fondo non è mica uno spot innovativo, è banalotto, con una mamma perfettamente truccata e con la piega a posto che ci assicura di essere come noi (ma magari sorella, magari) e ce la conta su sul prodotto. Niente di che, e allora perché la prenderemmo tutte a testate sul naso sta poveretta?

Seavessi si è incuriosita abbastanza da dedicarci qualche minuto di riflessione, sottraendo il suo tempo prezioso alle repliche di Miss Fisher Delitti e Misteri su Diva Universal.

In parte è colpa del testo. Quel “metti fai disfa” è stato scritto da uno che quando incontra gli amici dice “ciao raga tutto rego”. Il giovanilismo è terribile, è come quel momento preciso in cui ti accorgi che hai messo il sale nel caffè.

Poi c’è il bagnAtto. la temperatura sbagliata. Seavessi legge blog mammeschi e frequenta gruppi di mamme da un po’ di tempo, e ha visto battaglie all’ultimo sangue su un sacco di cose. Non parliamo dell’allattamento, che sarà il motivo per cui inizierà la terza guerra mondiale. Ma sonno (gestione del), abbigliamento del pupo, svezzamento, igiene, cosleeping, coccole, vizi, capricci, età a cui si possono introdurre le cozze nell’alimentazione, ditene una e c’è gente che si è insultata sull’argomento.

Ma il bagnAtto? Mai sentito. Dai Ragatuttorego,  non è che ci sia tutta sta difficoltà nel bagnetto. Metti l’acqua, ci butti dentro il pesce della Chicco, se proprio sei senza pesce della Chicco ci metti il gomito, regoli la temperatura, ci metti il bambino, ti bagni fino alle ossa, lo tiri fuori e lo asciughi. L’unica vera difficoltà del primo bagnetto è che ancora non sai che che devi prevedere un cambio anche per te. L’hai scelto proprio per questo, perché è argomento neutro? Sì, ma mi stai dicendo che questa mamma è unadinoi. Eddai.

Però tutto questo non basta a giustificare il fastidio diffuso. Allora cosa ci urta?

Ci urta l’immagine. Quello che negli ultimi anni urta profondamente tutte le genitrici – chissà i papà, sarebbe interessante saperlo. Le mamme della pubblicità non ci piacciono quasi mai: da quelle tanto vituperate del mulino bianco in giù, se ne salvano davvero poche.

Avete presente quando vi fanno una foto, e vi rivedete, e vi fate schifo, e quella foto va nel cassetto. Poi dieci anni dopo la ritrovate, e dite oh caspita, ma ero bella.

Le mamme non hanno più l’immagine granitica di se stesse che avrebbero avuto 50 anni fa. Non ne hanno ancora una nuova, un po’ la vorrebbero, un po’ detestano solo l’idea perché ci sono mille modi di fare la mamma, tutti giusti se scelti col cuore e ascoltando il proprio bimbo, e tutti contestabili e contestati, a volte da fastidiosi tuttologi a volte da persone che invece reputiamo di buon senso. E ci vengono i dubbi, e dove ti giri ti giri qualcuno ne sa più di te, e oh, quella mamma della pubblicità, così sicura, così pettinata, oh quanto la strozzerei.

E non ci piace l’immagine che viene data di noi.

E non ci piace farci fare le foto.

Forse fra dieci anni, chissà, ci vedremo belle.

Noi, lo spot del bagnAtto no. Quello resta brutto.

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E’ proprio così che dovrebbe essere gennaio.

E’ così che dovrebbe essere gennaio,

freddo e pulito, brillante di brina, col cielo all’alba che si bulla e burla dei nostri occhi mezzi chiusi e del sapore di caffè ancora in bocca.

Col vento che sa di mare, o forse te lo stai immaginando e comunque non fa nessuna differenza Harry, perché diavolo dovrebbe voler dire che non è vero?

Con l’idea di iniziare mille cose, di avere davanti pagine bianche che incoraggiano e non spaventano, di mandare via curriculum così belli che verranno letti, di collaborare a mille progetti in cui da domani in poi verrai coinvolta, di trovare concentrazione per fare le cose e cose su cui valga la pena di concentrarsi,

e comprare vestiti colorati, truccarsi un filo, quel senso bello del meglio che deve ancora venire.

E’ proprio così che dovrebbe essere gennaio.

Peccato che venga ancora buio presto.

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Il lusso del malditesta

La Crociera nei mari del nord?

beh, certo.

La giornata in Spa?

ma magari.

La personal sciopper?

(no quella no, che il Signore me ne scampi)

Allora facciamo la una carta ricaricabile indecentemente ricaricata ( Schiaff To The Misery Card, come dice MiglioreAmica) e una libreria indecentemente ben fornita con annessa caffetteria?

Ohh, sììììì, ancora.

Però ci sono lussi più sottili. Sono nascosti bene nelle pieghe delle giornate, anche se è gennaio, anche se devi mandare via i cv, anche se piove.

Il lusso del malditesta, per esempio.

Il lusso di sapere che è mal di testa da reclusione, e di provare a curarlo con un giro all’aperto sotto una pioggia fine, indecisa se piovere o no, un tempo bellissimo per fare una passeggiata da soli.

Ecco un altro lusso, la passeggiata da soli.

No, non ho detto la spesa da soli, che devi ricordarti cosa c’era scritto sulla lista che hai lasciato a casa vicino al minion canterino, perché hai colpevolmente approfittato dell’assenza delle figlie per fargli fargli cantare BA- NA- NA-AAA-AAAA e ridere come una scema per i fattacci tuoi.

Non ho detto neanche il pomeriggio a casa da soli, che in ogni angolo di casa c’è in agguato roba che vuole essere stirata, o riordinata, o cucinata e tutta sta robaccia chiama con la sua vocina sfinente e finisci per dargli retta, senza neanche accorgertene.

Non ho detto neanche la passeggiata in compagnia, che è tanto bella ma quel bar lì non mi piace ché la barista una volta mi ha dato il dolcificante e no lo zucchero come a dire che son grassa, lì no perché quando avevo 15 anni ci ho trovato il mio primo moroso imboscato con quella del secondo banco, io devo andare in farmacia, vi spiace se passiamo un attimo nella merceria con sempiterna coda di vecchine che cercano una cerniera marròn?

Ho detto la. passeggiata. da. soli.

Piano piano, a guardarsi in giro, senza altre priorità, senza (troppo) guardare l’ora, fermarsi dove vuoi e dove vuoi passare via, mentre piove piano.

E piano il malditesta si distrae e ti accorgi di averlo lasciato chissà dove, forse nei colori del banco della frutta, forse nella panna del caffè solitario, forse lavato via, dalla pioggia.

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Tre (e un giorno)

Passata la buriana, bimba mia,

passata la festa con i minions che volevi e con il casino che ho voluto io, che non ho zii e cugini e appena posso raduno i vostri al gran completo.

passata la candelina a forma di tre su cui hai soffiato, passata la mamma un po’ isterica a preparare tutto,

passata ZiaBella e i suoi salvataggi in corner, passata la Tina che hai deciso che è amica,

passata questa domenica, passate un sacco di cose,

passato il nido, con tanta nostalgia, passato lo svezzamento durato dieci giorni, passati i giorni del biberon,

quelli del ciuccio ancora non proprio,

passati i giorni lunghi con te in braccio e il lavoro appena perso,

passati anche quelli in cui avevo tanta paura di sbagliare con te e tua sorella che probabilmente ho fatto più danno che non a starmene buona e tranquilla.

passato quel mese lunghissimo di gelo dopo che sei nata, chiusi in casa a guardare la neve,

passati i primi giorni a casa con l’influenza che stendeva il resto della famiglia a colpi di febbre a 40, passata la pediatra chiamata d’urgenza perché ti impedisse di ammalarti pure tu,

passata la prima notte insieme, col carosello buffo delle puericultrici pro ciuccio e anti ciuccio che si alternavano e davano direttive ostinate e contrarie,

passata la gravidanza a mandare a ramengo libri e buone intenzioni, e oggi mi chiedo se il fatto di aver aspettato tua sorella con tutti i crismi della futuramammaconsapevole, e te in un susseguirsi di quantescemenze, se questo non c’entri qualcosa con le sue ansie di perfezione e le tue proteste a prescindere.

passata la buriana, bimba mia meravigliosa, passati tre anni, e un giorno.

Quando in ospedale ti hanno tirata fuori e la radio passava gli U2, e l’ostetrica ti ha messa vicina a me perché ti potessi baciare, quello no, non passerà mai.

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Esercizi

Da qualche giorno Seavessi va a camminare.

Senza nessuna pretesa, se non quella di sentirsi respirare, sentire la circolazione che dopo un po’ si riattiva, guardare le nuvolette di respiro che le escono dalla bocca.

Guardare la luce sull’erba, a volte.

Seavessi non ha lo scopo di dimagrire, di rimettersi in forma (ha già una forma perfetta, sferica), di imparare a correre, di fare cinque dieci quarantadue chilometri – per quanto la Maratona abbia il suo fascino per una che B- ha fatto il classico e A- è del Toro.

Seavessi in effetti non ha alcuno scopo, a parte quello di mettere un piede davanti all’altro, e continuare a farlo, e il giorno dopo ricominciare da capo.

Potremmo dire che lo scopo di Seavessi è crearsi l’abitudine a respirare. Fare una cosa che è l’equivalente mentale di una doccia calda.

Una coccola.

Seavessi non ha mai avuto la costanza di fare gesti di cura verso se stessa, s’annoia a mettere la crema corpo e dal parrucchiere le viene male al collo. Ma questo, camminare, respirare,

questo potrebbe andare.

Ovvio, è fatica.

Revoluciòn nell’ultimo mese ha imparato a parlare tutto in un colpo, ha sviluppato soprattutto la parte di linguaggio che riguarda le relazioni, che declina in modo molto personale. Per lei le persone sono sue. Se va bene sono sua amica (es. NonnoG, tu sei mia amica!!!), se invece bisogna andare al sodo, cosa che a Revoluciòn capita più sì che no, sono sue e basta.

Con Seavessi, però, la piccola pasionària usa un giro di parole diverso.

Revoluciòn guarda Seavessi, e giuro, lo fa proprio con lo sguardo del domatore che indica il cerchio di fuoco, e chiede

Mamma, tu sei bella?

Cazzarola, Revoluciòn. Tu che non hai mai conosciuto un mezzo termine, e il giorno che lo conoscerai lo guarderai con disprezzo. Tu che non ci giri mai intorno, ci salti sopra a piè pari e chi non ci sta peste lo colga. Tu che sì, tu sei bella come un temporale d’estate.

Ogni mattina, MaritoNP mette a tavola le bimbe e prepara la colazione, mentre Seavessi rifà i letti e prepara i vestiti per tutti, e quando Seavessi arriva in cucina in tutto il suo mattutino pigiamoso splendore, prima di ciao, prima del caffè, Revoluciòn spara a zero.

Mamma, tu sei bella?

E Seavessi deve rispondere Sì amore mio, sono bella.

Perché così Revoluciòn potrà fare la domanda successiva, E sei mia amica?

Certo cuore del mio cuore, sono tua amica.

Ma prima, prima arrivano sempre le forche caudine del sei bella.

E quanto costa quel sì.

Sì alle occhiaie, ai jeans e maglia del pigiama, sì ai capelli stile The day after, after cosa non si sa ma era qualcosa di certamente terribile, sì alla ciccia e sì alle zampe di gallina.

Costa un sacco quel sì, che una piuttosto camminerebbe dei chilometri per risparmiarselo.

Ma bisogna dirlo, per poter essere sua amica. Per darle una mamma bella, per dirle una mamma bella, perché lei quella bellezza la vede. E saranno già in troppi nella sua vita a cercare di venderle una bellezza farlocca, e forse ci riusciranno ma non sarò io la prima.

E allora, Revoluciòn, anche se ogni volta esito, anche se ogni mattina spero che tu mi chieda, boh,  se sono simpatica, o perché spero promitto e iuro reggono l’infinito futuro, domani mattina tu mi chiederai se sono bella, e io ti dirò Sì amore mio infinito. Sono la mamma, sono bella, e sono tua amica.

Ovvio, è fatica.

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La bambina che balla al supermercato

Le mamme quando diventano mamme ricevono una serie di doni.

Sono in massima parte doni come quelli delle fiabe, con un prezzo ben preciso, ma nondimeno sono doni.

C’è la capacità di svegliarsi se il respiro di un bimbo cambia ritmo, o se tossisce in un’altra stanza dietro due porte chiuse,

c’è la capacità di mettere comunque insieme la giornata anche come dopo le notti di cui sopra,

c’è la capacità di notare cambiamenti infinitesimali di umore, colorito, attitudine, che son poi le cose che fanno sì che il rapporto coi pediatri sia così complicato,

c’è il timer interno che dopo 1 minuto e 18 secondi di silenzio ti fa scattare in piedi e andare a controllare che nessuno stia istigando nessun altro a ingoiare pezzi di lego,

ci sono gli occhi dietro la testa e di lato e anche in cima, il superudito che capta un bofonchio sussurrato a tre stanze di distanza, l’agilità di acchiappare in tuffo un infante che sta per saltare giù dal tavolo che al Sei Nazioni se la sognano di notte.

Infine, ed è uno dei più inquietanti, c’è il delirio spaziotemporale.

Le mamme, ahiloro, quasi mai riescono a vedere quello che guardano.

Guardano unenni che azzannano un pennarello e vedono architetti.

Guardano uomini che aspettano all’altare una sciacquett tizia di bianco vestita, e vedono cinquenni in lacrime appena caduti dalla bici, con le ginocchia rovinate.

Guardano universitarie che blaterano di anni all’estero e vedono la cuffietta rosa che l’ostetrica ha cacciato sulla testa di una robina urlante.

Il punto è che non lo sai, quando capita, quando la terra ti scivola da sotto i piedi, quando il mondo si sfoca e vedi quella sola immagine reale, mentre tutto il resto perde senso.

Ieri Seavessi è andata a fare un giro al supermercato, tanto per guardare due vetrine e gli addobbi, e sfangare una giornata di nebbia.

A un certo punto, nella corsia dei detersivi, l’Infanta si è allontanata di pochi passi, ha allargato le braccia, e ha accennato una specie di passo di danza,

non i passi seri che impara a scuola,

semplicemente un movimento felice, di leggerezza, di quei gesti che immediatamente evocano la primavera, il sole, un concerto in uno stadio.

Seavessi non l’ha più vista.

Ha visto una ragazza bionda allontanarsi a passo di danza, sorridendo, verso il mare.

Poi si è girata e ha chiamato mamma, e il mondo ha fatto PLOP ed è tornato al suo posto,

ma ormai Seavessi ha visto quella ragazza, e le viene da scrutare in quegli occhi grigi di nebbie con amore e timore, e desiderio, oh, quanto desiderio di essere capace, di restarle vicino.

 

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#chiamaprotegge

Questo è un piccolo post molto molto serio, come raramente ne passano da queste parti.

Vorrebbe parlarvi, Seavessi, del tempismo dell’Infanta.

Per dire, l’Infanta era da poco passata al latte artificiale, tra le braccia di una Seavessi disperata che si sentiva l’unica cretina nell’universo creato a non saper allattare, che tutte le mamme avevano il latte MA LEI NO, ma l’Infanta se ne fregava, pancino pieno e finalmente belle nanne ristoratrici, quando scoppiò un caso di latte artificiale “avvelenato”, Seavessi non ne ricorda bene i dettagli ma solo che chiamava in lacrime il servizio clienti nestlè due o tre volte al giorno e con alcuni operatori era diventata parente.

Più o meno allo stesso modo in cui era passata al latte artificiale, cioè con grande serenità e con già la scandinava regale dignità caratteristica, l’Infanta si palesò in un piccolo nido privato della Piccola Città – nidi pubblici neanche a parlarne, l’impiegata era scoppiata a ridere di fronte alla domanda presentata ingenuamente da Seavessi.

La prima della famiglia, da parte di madre padre e parentado conosciuto, ad andare al nido. Nido che nell’inconscio collettivo della Seavessi famiglia si portava una patina di grigiume, di tristezza, di poverobambinochenonpuòstareacasaconlasuamamma e di cosal’haifattoafarepersmollarlopoiadeglisconosciuti.

Il nido vero, invece, non quello nella testa di Seavessi, era piccolo sì, ma bello, colorato, e dentro c’erano i giochi, i libri, le tate con i sorrisi allegri e le braccia dolci.

l’Infanta ci stava da pascià, quasi sapesse in anticipo che la sua avventura al nido, e quella della sorellina ancora solo nei pensieri di Seavessi, sarebbero state quanto di meglio si potesse immaginare, costellate di cose belle e persone ancora più belle.

Però l’Infanta aveva tempismo. Non erano passati troppi mesi, che scoppiò il caso dell’asilo Cip Ciop di Pistoia.

Seavessi due cose ricorda, che non ha mai voluto vedere quel video, e i visi al nido il mattino dopo, i giorni seguenti. Erano verdi. Verdi dal disgusto, dalla paura, dall’incertezza, dall’angoscia.

Verdi anche dall’imbarazzo di non sapere come affrontare un discorso del genere, perché quei fatti andavano troppo oltre la nostra capacità di essere lucide, perché è vero che certe cose capitano solo ai figli degli altri, ma se. E se quel pianto al mattino. E se quel mal di pancia strano. E se quel ritardo nel parlare rispetto al cuginetto.

Finché, un paio di giorni dopo, una tata, più verde e disgustata e coraggiosa delle altre, bloccò le mamme e disse ragazze, parliamone.

Parliamone.

Perché non c’era altra soluzione, se non parlarne, dirci tutto, toglierci le ombre dall’anima.

Sono passati cinque anni, e oggi siamo di nuovo qui con nella testa la notizia di un bambino che ha subito violenza.

Seavessi ha voluto raccontare la sua piccola piccola storia, per raccontarvi in realtà delle mamme, delle famiglie  di quei bambini con la loro vicenda che non avrebbe mai dovuto accadere. Sono mamme e famiglie che invece di raggomitolarsi su se stesse hanno deciso di aprirsi, e parlare, dare voce e sostegno a chi ne ha bisogno.

Oggi la loro associazione, La Via dei Colori (metto il link alla pagina fb perchè stanotte il sito è stato hackerato) , fa partire un evento dal titolo #chiamaprotegge.

lvdc

 

Trovate il post completo sul sito di Instamamme, che lo ospita a seguito dell’hackeraggio.

Seguivatelo, perché l’unica è parlarne.

 

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